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giovedì 25 febbraio 2021

IL GRUPPO DEI ROMANISTI !

Nel maggio 1929 Giuseppe Ceccarelli (Ceccarius), Vitaliano Rotellini, Franco Liberati, Augusto Jandolo, Carlo Alberto Salustri (Trilussa), Ettore Petrolini, Ignazio Mascalchi e Ettore Veo, decisero di costituire un gruppo che, dopo parecchie riunioni tenute nella galleria d’antiquariato di Jandolo e presso il principe don Francesco Ruspoli, formò il nucleo di quello che nella riunione dell’8 giugno 1929 assumerà ufficialmente come nome «I Romani della Cisterna». L'associazione, per volontà espressa dei fondatori, restò tuttavia non regolamentata, anche se un gruppo ristretto (Jandolo, Liberati e Veo) funzionò da coordinatore delle iniziative e dell’ammissione dei nuovi membri. Molto presto vi furono accolti personaggi in vista dell’amministrazione comunale, come Giuseppe Bottai, governatore di Roma nel 1935-1936, nel periodo in cui erano in corso e si decidevano i grandi cantieri urbani; Antonio Muñoz, ispettore generale alle belle arti del Governatorato di Roma dal 1928 al 1944, o Aroldo Coggiati delegato municipale di Trastevere. La stampa locale dava regolarmente conto delle riunioni che si tenevano secondo un ritmo settimanale sia alla Cisterna sia presso altri esercizi pubblici. Uno degli argomenti d’interesse costante dell’associazione fu quello della conoscenza e della diffusione del dialetto romano. Nell'ottobre del 1931 Ettore Veo annunciò sul Giornale della domenica il progetto di edizione completa dei sonetti di Gioachino Belli, a cura di Giorgio Vigolo, che avrebbe visto la luce nel 1951.Sembra che grazie ai loro legami con l'amministrazione comunale, i Romani della Cisterna abbiano svolto un ruolo non trascurabile per la salvaguardia di alcuni monumenti condannati in un primo tempo a sparire in seguito ai lavori urbanistici degli anni Trenta (Sant’Omobono, San Nicola in Carcere).

IL GRUPPO OGGI !

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mercoledì 8 luglio 2020

Il Ritorno alle Relazioni Umane al di là delle Concezioni Tecnologiche Moderne.

di Giancarlo Bertollini

Fin da piccoli, attraverso i media siamo colpiti soprattutto dalle straordinarie potenzialità legate alla Tecnologia, al Marketing, alla Comunicazione e dagli enormi vantaggi che dalla “Mercatistica o Scienza del Mercato”  le aziende e le associazioni ne traggono. Le finalità di questa disciplina sono e debbono essere quelle di garantire il più efficace impiego delle risorse, per ottenere risultati concreti su fronti critici quali l'incremento delle vendite, delle iscrizioni, il contenimento dei costi, ecc. 
In un mondo che corre sempre più velocemente in equilibrio precario, cresce anche l’esigenza di soluzioni sempre più vantaggiose per lo sviluppo ma  allargate al contesto in cui si opera: l’ambiente. 
La nostra, infatti, è la prima generazione della storia, con il compito di decidere se la specie  di cui facciamo parte, dovrà o meno continuare ad esistere: 
l’Uomo potrà salvarsi solo se impiegherà le risorse disponibili per tentare di riparare i danni provocati all'ambiente. Nei nuovi insediamenti ed in quelli doverosamente rinnovati, si profilano periodi di grande dinamismo e di una sempre più spietata concorrenza, dove sarà determinante il profilo della correttezza nello sfruttamento delle risorse.
Il nostro paradigma deve essere : 
le "Aziende" non esistono, esistono 
gli Uomini che le compongono!
(Il fattore umano è tornato ad essere determinante). 
Come fare ?   Inizierei con l’applicare questi miei pensieri !

Vision - La Visione.
Un Mondo migliore dal Nord al Sud, dall’Oriente all’Occidente, dallo Zenit al Nadir, con EcoManager impegnati verso uno sviluppo sostenibile.

Mission - La Missione.
Collaborare al miglioramento, tenendo continuamente presente che:
le Aziende non esistono ma esistono gli Uomini che le compongono.

Behavior - Il Comportamento.
Muoversi sempre con correttezza, ricordando che tutte le DIFFICOLTÀ sono benvenute, esaltano le QUALITÀ di chi le affronta e si chiamano OPPORTUNITÀ.


Tecnologia: è bene o è male? 

Oggi viviamo, almeno nei paesi sviluppati economicamente, all’interno di ‘società tecnologiche’, così chiamate per evidenziare il fatto che il progresso tecnologico rappresenta un aspetto fondamentale della vita dei cittadini. Diversi sono gli atteggiamenti rispetto al continuo cambiamento imposto dalla tecnologia: da quello catastrofista di chi l’accusa di essere alla radice di molti, se non tutti, i mali del mondo moderno, a quello di chi invece entusiasticamente pensa che comunque la tecnologia migliori la vita di tutti. Entrambi gli atteggiamenti portano a esagerazioni, come quelle di chi vede la scienza come ‘buona’, in quanto ricerca disinteressata, da contrapporre a una tecnologia ‘cattiva’, volta solo al profitto, che rende meno ‘naturale’ la nostra vita. C’è poi un atteggiamento, anch'esso pessimista, che vede il progresso tecnologico come la causa di una crescente perdita di umanizzazione della vita quotidiana, o addirittura come una micidiale arma in mano ai governi per controllare, fin nel più minuto dettaglio, la vita dei cittadini. 
Esempi chiari di questo atteggiamento sono il film Tempi moderni (1936), di Charlie Chaplin, e il romanzo “1984”, scritto da George Orwell nel 1949, quando il dibattito sulle conseguenze del progresso tecnologico era agli inizi.
Certamente ci sono aspetti della tecnologia che creano problemi per l’ambiente e la nostra salute. Lo sviluppo di nuove tecnologie provoca l’obsolescenza di quelle precedenti, con immense quantità di rifiuti da smaltire; altre tecnologie, come quella del motore a scoppio delle automobili, sono molto inquinanti e diffusissime in tutto il globo. 
Esiste però un diverso approccio a questo importante problema che si sta facendo strada: quello dello sviluppo sostenibile. Da una parte si riconosce che la tecnologia da sempre migliora le condizioni di vita, dall'altra si porta in primo piano la necessità di coniugare lo sviluppo di un mondo sempre più popolato ed esigente in termini di risorse naturali con il minore impatto possibile sull'ambiente.

Nuove tecnologie dunque, ma più rispettose dell’ambiente. Questo atteggiamento consapevole dipende molto anche dalla volontà di tutti i cittadini, che sono gli utilizzatori finali di tanti prodotti della tecnologia. 

Scienza e tecnologia: un legame molto stretto. 
Esiste oggi una certa difficoltà a distinguere cosa sia scienza e cosa tecnologia. Un’idea molto diffusa è che la scienza si interessi alle leggi generali della natura, studiandola tramite discipline come la biologia, la chimica, la fisica. Questa opinione privilegia l’aspetto, indubbiamente molto importante, della speculazione scientifica, spesso vista come una ricerca senza scopi immediati e completamente libera, ma relega la tecnologia a un ruolo soprattutto ‘pratico’ di applicazione delle leggi generali scoperte dalla scienza. È un’opinione piuttosto semplicistica e può portare alla pessima conclusione, anch'essa piuttosto diffusa, che la tecnologia ‘serve’, è utile, mentre la scienza è inutile e difficile.
La storia insegna invece che le cose sono più complesse e che scienza e tecnologia sono strettamente legate. Nel passato, molto più di ora, lo scienziato era anche un tecnologo raffinato, dato che spesso doveva costruire da sé i propri strumenti. 
Inoltre molte invenzioni, come per esempio la macchina a vapore, precedettero anche di molto tempo la corrispondente teoria fisica, in questo caso la termodinamica, che ne spiegava il funzionamento.
Altre invenzioni fondamentali, oggi diremmo applicazioni tecnologiche, furono invece scoperte ‘per caso’ nel corso di ricerche scientifiche svolte per tutt'altro scopo, come la lampadina, il cui principio di funzionamento fu scoperto nel corso delle prime misurazioni sulle conseguenze del passaggio della corrente elettrica in vari materiali. Non si sarebbe, in altre parole, mai arrivati alla lampadina (Thomas Alva Edison), semplicemente sviluppando e perfezionando le tecnologie di illuminazione già esistenti, come la candela.
Un altro esempio, simile ma ben più recente, potrebbe essere il web, sviluppato negli anni Novanta dello scorso secolo da scienziati e militari che si occupavano anche di fisica nucleare, semplicemente per scambiarsi documenti. Reso disponibile, in pochi mesi il web si diffuse in tutto il mondo.
Non sempre dalla scienza ‘pura’ discende il progresso tecnologico, anzi spesso avviene il contrario. La tecnologia, oggi come in passato, crea infatti nuovi strumenti che offrono ulteriori possibilità, a volte incredibilmente potenti, alla ricerca di base. Per restare nel passato pensiamo all'invenzione del cannocchiale, che dette a Galileo Galilei la possibilità di iniziare lo studio moderno dell’Universo. Oppure, per tornare ai nostri tempi, pensiamo a uno dei maggiori avanzamenti nelle scienze biologiche, la mappatura del DNA umano, possibile solo grazie alla disponibilità di strumentazione elettronica, computer e software molto evoluti. 

Il Futuro: le Relazioni umane. 
Forse non sempre ce ne rendiamo conto ma il fulcro attorno al quale ruota l'esistenza umana sta nella capacità di relazionarsi, di comunicare, di far passare il proprio pensiero così come vive dentro di noi e nel contempo comprendere quale sia il vero pensare altrui. 
I bambini iniziano a sentire le piccole difficoltà del vivere quando perdono la sicurezza di essere compresi dai genitori. La difficoltà relazionale "principe" è il pensare che gli altri o semplicemente l'altro non ci comprenda. E' qui che nascono i problemi di relazione, le sensazioni di solitudine, alcuni disagi e persino molte depressioni. Agli umani non manca la capacità intrinseca di socializzare e di vivere in società; non mancano nemmeno i linguaggi per comunicare, con la parola, con i gesti, gli sguardi, le posture. 
Tutto ciò però si impiglia nel decodificatore che ogni singola persona ha incorporato nel proprio io. E nei mezzi di comunicazione che ci stanno imponendo modelli su cui riflettere.
Le relazioni umane sono il centro di tutto. L'essenza ultima di ogni ansia umana finisce sempre col manifestarsi come un problema di relazione: 
con i genitori, con i figli, con i colleghi, con gli amici, con il partner, con i vicini, i concittadini, le diverse culture, etnie e via dicendo. 
Comincio a pensare che la risoluzione di alcuni conflitti che appaiono ormai senza via d'uscita dovrà un giorno passare da un'analisi della capacità relazionale che hanno le persone, a livello di singolo, di comunità, di etnia o di popolo. 
Non può esserci compromesso possibile laddove persone non vogliono categoricamente relazionarsi: non è percorribile alcuna strada diplomatica se non quella di cercare in qualche maniera di ricostruire una linea relazionale. 
Per questo sono sostanzialmente contro ogni tipo di pregiudizio verso chiunque. 
La base per comprendere l'altro è sempre la relazione, il parlarsi, il comunicare. 
Nella chiusura a priori non può evolvere nulla se non l'esasperazione delle inconciliabilità, che alla fine si alimentano di loro stesse. 
Lasciando i massimi sistemi e osservando il nostro piccolo mondo che ci circonda, la capacità di relazionarsi assume un'importanza cruciale nella qualità della nostra vita. 
Una linea di pensiero affermatasi da qualche decennio, ha imposto il modello dell'autostima come la risoluzione della maggior parte dei crucci esistenziali. Per una serie di ragioni l'iniziazione all'autostima è stata fondamentale per alcune persone: penso alle donne che attraverso il riposizionamento del loro ruolo allo stesso livello del maschio hanno smascherato secoli di predominio maschilista, ipocrita quanto nefasto. Ma penso anche ai giovani che dal '68 in poi hanno, a fatica, comunicato al mondo che c'erano, sebbene poi ancora oggi il potere sia in mano ad una gerontocrazia troppo spesso inetta.
Potrei fare riferimento anche alle conquiste sindacali e ad altro, ma c'è un'altra faccia della medaglia. Il culto un po' narcisista dell'autostima ha creato fratture relazionali fra chi riesce a stimarsi davvero e chi invece, per un mucchio di motivi che nulla hanno a che vedere con il potenziale della persona, non ci riesce. Il sicuro di se', il brillante ha buon gioco nelle relazioni spicce (meno su quelle e medio/lungo termine), mentre il timido, l'umile, l'introverso si richiude in una solitudine che si autorigenera continuamente.
Tutto ciò è sempre accaduto ma oggi ha un effetto deflagrante per il tipo di comunicazione che si sta affermando sempre più giorno per giorno: la comunicazione liquida, volatile, che si compone di piccole frasi e pochi ragionamenti, che si esprime via messaggi o attraverso alcuni strumenti controversi tipo Facebook. Il tutto si mescola fra quantità e masse variabili. 

La selezione è esercitata senza scrupoli, con dinamiche che solo vent'anni fa erano inconcepibili. 

Il telefono. Io sono nato in un'epoca dove il telefono suonava e uno per sapere chi stava dietro doveva alzare la cornetta e rispondere. Se c'eri bene; se non c'eri non rispondevi, se non volevi rispondere potevi farlo ma ti rimaneva il dubbio di chi ci fosse dalla parte di là della cornetta. Adesso si può vedere chi ti chiama e non rispondere. Sembra una faccenda da nulla ma è un modo di fare che spezza in maniera drastica il modello relazionale del "cercarsi". Le relazioni non comportano infatti il solo parlarsi ma nascono prima, nel cercarsi, nel ricordarsi di una persona, sia per un bisogno, sia per affetto, sia per il semplice sentire quella persona.
La selezione che i nuovi media comunicazionali consentono soffoca spesso alla fonte la possibilità di parlare, di ascoltare e farsi ascoltare, di spiegarsi. Alcune teorie un po' "snob" e vecchiotte, continuano a dire che la comunicazione attuale può contare su centinaia di canali ed è perciò molto facilitata. Anch'io la pensavo così fino ad un po' di tempo fa'. Ora mi chiedo se la quantità dei canali corrisponda davvero ad un miglioramento delle relazioni umane. Invece gioca un ruolo importante la qualità dei media, e su questo punto si sta progredendo verso una via che a me francamente preoccupa.
Ho paura che il relazionarsi si stia facendo sempre più a misura di "software" e sempre meno a misura d'uomo. Io, per esempio, non amo Facebook, anche se lo frequento molto, e mi spiace per i tanti amici che tendono a “viverci”.  
Sembra di viaggiare fra tonnellate di titoli di giornale, ognuno con la propria testata e i propri titoletti. Niente di davvero interessante. 
Ma questa è una mia opinione
Ciò che volevo dire è che c'è una mutazione delle relazioni umane che si sta sempre più codificando in "icone", frasi isolate, a me piace questo, a te quest'altro. Chi ha buon gioco è la persona estroversa, che si stima, che riesce a dominare più comunicazioni contemporaneamente e nella massa produce molte microrelazioni. Chi invece è di indole più riflessiva, meno esplosiva soccombe e rinuncia ripiegandosi su un disagio che probabilmente dimostrerebbe il contrario. Le relazioni umane dovrebbero, col tempo, recuperare una sostanza fatta di pensiero e non solo di contatti. 
Relazionarsi è il grande ed unico scopo che ha l'uomo nel vivere: confrontarsi, vivere in società, collaborare, costruire amicizie, conoscenze, amori; tutto è condizionato dalla potenzialità e dalla capacità di relazionarsi.
Un bel futuro non può prescindere da un buon relazionarsi. 

                                          Giancarlo Bertollini

Bibliografia:
Articoli dalle ricerche universitarie.
Lavori per Siti WEB di Giancarlo Bertollini.
Consultazione della Enciclopedia Italiana (Treccani).

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giovedì 25 giugno 2020

Ernesto Nathan il Grande Sindaco di Roma.

Ernesto Nathan
In un discorso tenuto nel 1898 a Torino definì la massoneria «associazione patriottica ed educativa, non associazione politica» 
(Il compito massonico. Discorso inaugurale del Gran Maestro E. N. alla Conferenza massonica nazionale. Torino, 20 settembre 1898, Roma 1898)
Egli finì così per deludere quegli affiliati che auspicavano una più netta democratizzazione della massoneria e il suo diretto coinvolgimento nelle competizioni politiche e amministrative a sostegno dell’estrema sinistra. 


E dobbiamo al suo "Genio" la ciotola fissata sotto ai "Nasoni" 
e la indimenticabile battuta " 'n c'è trippa pe' gatti ".  
*** *** ***
La giunta Nathan guidò l’amministrazione municipale di Roma per sei anni, fino al novembre 1913, e lasciò un’impronta indelebile nella storia della città. Potendo giovarsi anche dei provvedimenti finanziari a favore della capitale previsti dalla legge del luglio 1907, avviò un diversificato piano di interventi che toccò tutti gli ambiti della sfera amministrativa introducendo significative innovazioni. Uno dei principali settori su cui Nathan concentrò l’attenzione fu quello delle scuole pubbliche, che versavano a Roma in condizioni particolarmente precarie. Oltre ad avviare un’intensa opera di edilizia scolastica, furono istituiti biblioteche, giardini d’infanzia, scuole all’aperto, corsi estivi di ripetizione, e soprattutto fu difesa la connotazione laica dell’istruzione rifiutando di impartire nelle scuole comunali alcun insegnamento di natura confessionale. Poderoso fu poi l’intervento di municipalizzazione dei pubblici servizi, che, sotto la guida dell’assessore ai servizi tecnologici Giovanni Montemartini, portò alla nascita di aziende comunali in vari settori, fra cui quelli per la gestione delle tramvie e dell’illuminazione elettrica. Come previsto dalla legge del 1903, le delibere relative alla municipalizzazione dei servizi pubblici furono sottoposte a un referendum popolare che si tenne nel 1909, nella data simbolicamente evocativa del 20 settembre. Questa consultazione popolare sancì l’inizio di un processo di crescente coinvolgimento della cittadinanza nelle scelte dell’amministrazione che si manifestò sia attraverso altri referendum, indetti per decidere questioni specifiche anche a livello rionale, sia mediante la nascita di alcune associazioni di quartiere. Il risultato fu una sorta di inedita «democrazia partecipativa», che accrebbe il consenso intorno alla giunta Nathan. La costruzione di numerose opere pubbliche (palazzi, monumenti, ponti, piazze, strade, sistemi di fognatura), alcune delle quali inaugurate nel 1911 in occasione dei festeggiamenti per il cinquantenario dell’Unità, e l’ambizioso intervento di recupero igienico e scolastico dell’Agro romano contribuirono ulteriormente a creare un’opinione favorevole intorno all’operato dell’amministrazione.

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mercoledì 24 giugno 2020

Antiche Misure: tentiamo di mettere ordine. IL CUBITO

IL CUBITO
Il Cubito era diviso in 7 Palmi di 7,47 cm, a loro volta divisi 
in 4 Dita di 1,8 cm. 100 Cubiti costituivano un Khet.


Valore Assoluto del Cubito.
E’ necessario fare una precisazione: in antichità non esisteva un rigido sistema di controllo dei Pesi e delle Misure, come nel Mondo moderno. A seconda dei periodi storici e delle località
le unità di lunghezza potevano variare leggermente. 
Il valore di 52,5 cm del Cubito Reale e 44,7 cm per il Cubito piccolo, costituiscono dei valori medi.
A testimonianza di questo, sono le diverse dimensioni che sono state riscontrate nei righelli di misura trovati negli scavi archeologici.
I Cubiti ritrovati nella Tomba dell’Architetto Kha, oggi conservati a Torino, misurano 52,4 cm (quello dorato) e 52,7 (quello pieghevole in legno). Nella stessa sede sono conservati altri tre Cubiti, due di 52,5 cm e uno di 52 cm. Infine, il Cubito di legno conservato al Louvre risulta lungo 52,4 cm. 
Mentre quello del British Museum di Londra di 52,35 cm.

E’ interessante notare che studi matematici-architettonici fatti sui rapporti di forma della Piramide di Cheope e sulla Camera del Re, indicherebbero che, al tempo in cui fu realizzata, il Cubito Reale fosse di 52,37 cm (Petrie 1934).

La lunghezza del Cubito Reale espressa in cm è pari a 52,36.
Questo valore è oggi accettato da tutti gli studiosi.

La distanza dal gomito alla punta del dito era anticamente la misura usata più comune.

Il Cubito Ebraico era di 44,45 cm mentre quello Egiziano era un pochino più lungo (44,7) ed era di sei Palmi (vedi Palmo). 
Il Cubito lungo o Reale era invece di sette Palmi 52,36 cm.
Il Cubito Romano era uguale a quello Ebraico.

Possiamo pertanto ritenere corretta la misura ritrovata in alcuni scavi e utilizzabile oggi. 
Asta  Cerimoniere  = 3 Cubiti Reali = 157,08 Centimetri.
 Aste dei 2 Diaconi = 1 Cubito Reale = 52,36 Centimetri. 

                                        Giancarlo Bertollini  


                        Roma, 17 maggio 2017 E.V.

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lunedì 22 giugno 2020

IL MITO DELLA CAVERNA.

Il “mito della caverna”, una famosa metafora di Platone, filosofo greco a cavallo tra il V e il IV secolo a. C., è tra le più interessanti ed attuali della nostra cultura, perché ci mostra come certi messaggi e certe tematiche siano state già affrontate nei tempi antichi, senza che ne cogliessimo alcun insegnamento.

Nel “mito della caverna” Platone mostra come la maggior parte degli esseri umani viva credendo che ciò che vede sia l’unica realtà possibile, senza rendersi conto che quello che osserviamo e percepiamo è solo un’ombra, ovvero una piccolissima parte di ciò che esiste. Inoltre, non sempre queste ombre rappresentano ciò che davvero esiste, perché, nella maggior parte dei casi, tutto ciò che ci viene riferito come “verità” è frutto delle decisioni di chi vuol far crescere in noi determinate credenze per limitare le nostre capacità. Rendiamoci conto che il mito di cui si sta argomentando è stato scritto 2000 anni fa e sembra essere ancora attuale.
Ciò implica che la storia si ripete da almeno 2000 anni, e questo denota che non abbiamo compreso che metaforicamente stiamo ancora dentro la caverna.

Per capire meglio il concetto potete vedere qui sotto un’immagine:

A sinistra troviamo degli uomini con la testa, il collo e le braccia incatenate fin dall'infanzia, in modo tale che essi possano vedere solo una parte della caverna posta davanti a loro. Alle spalle dei prigionieri è stato acceso un enorme fuoco, e tra il fuoco ed i prigionieri corre una strada rialzata.
Lungo questa strada è stato eretto un muro, e dietro ad esso si trovano alcuni uomini che portano varie forme di oggetti e animali la cui ombra viene proiettata sul muro davanti ai prigionieri tramite la luce emessa dal fuoco. Se qualcuno degli uomini che portano gli oggetti simbolici emettesse dei suoni o dei versi, i prigionieri, non potendo vedere altro, penserebbero che questi vengano emessi dalle ombre.

Ora, si supponga che uno dei prigionieri riesca a liberarsi raggiungendo l’uscita della caverna. Da quell'altezza egli potrebbe avere un’idea molto più chiara della situazione presente nella caverna, e rendersi conto che le ombre sono solo una proiezione di qualcosa che in realtà non esiste, e che tale visione è stata imposta da qualcuno.
A quel punto il fuggivo che ha preso consapevolezza ha due scelte: andare verso la luce o tornare nella caverna.


Dopo aver vissuto anni e anni al buio, 
la luce può far male, e può accecarlo.

Inizialmente è possibile che possa non vedere e che si senta confuso, e questo potrebbe spaventarlo. Se vorrà andare oltre la caverna e conoscere il mondo esterno, potrà farlo solo con il tempo e la volontà. Il percorso non sarà facile, ma alla fine ricomincerà a vedere e scoprirà suoni e forme che gli daranno gioia e vitalità.

Questo mito vi ricorda qualcosa?
Gli uomini incatenati davanti alle ombre proiettate da alcuni “signori” non ricordano un poco la nostra popolazione seduta davanti al televisore che guarda, ascolta e accetta una realtà proposta da un “sistema” che ci vuole incatenati e vincolati a ciò che ci viene prospettato come unica realtà possibile?
Il fuggitivo Vi non ricorda tutte quelle persone che hanno capito come funziona  il “sistema” e provano con volontà e tenacia ad andare oltre quello che sanno, riscoprendo un modo di vivere totalmente diverso?
La luce che acceca il fuggitivo non vi ricorda le difficoltà che incontriamo quando dobbiamo abbandonare la nostra “zona di comfort” e rimboccarci le maniche per pensare diversamente e vivere meglio?

Se questo mito ricorda anche a voi tutto questo, chiedetevi perché dopo 2000 anni siamo ancora dentro una caverna senza rendercene conto. 

Ancora oggi proviamo a cambiare le cose e cerchiamo l’uscita, perché dentro di noi non possiamo più credere che sia giusto stare al buio. 
Sappiamo che esiste un modo diverso e migliore di vivere:  
NELLA LUCE ! 

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martedì 16 giugno 2020

STORIA: Templari e Massoneria.

Luoghi Comuni sui Templari
(Ricerca Storica di Giancarlo Bertollini)
Non è ne facile, né possibile dimostrare un coordinamento fra le due istituzioni; conviene invece, considerarle separatamente e approfondire le loro tematiche in modo indipendente. Sempre ricordando che ogni lavoro deve essere scritto in base a chi ci si rivolge.
L’immissione del templarismo in massoneria ha una storia molto più laboriosa di quella della continuità storica dei Templari di Parigi. Infatti va tenuto presente che, mentre si parla di templarismo, ricercandone i fatti, le date e gli uomini che ne segnarono gli inizi e la continuazione, v’è anche un templarismo essenzialmente spirituale nel quale, come si vedrà, gli assurdi possono comporsi e le controversie annullarsi. Il culto della Vergine per i Cavalieri del Tempio non fu semplice motivo di devozione religiosa.
Partiamo dalla pubblicazione di un Fratello.
L'Eco dei Templari, un articolo di Umberto Eco di qualche anno fa.
“L'ordine venne sciolto da Clemente V all'inizio del XIV secolo. Da allora chiunque può rifondarlo così come può dichiararsi sommo sacerdote di Iside e Osiride.
Fate nascere un ordine monastico-cavalleresco, fatelo diventare straordinariamente potente sia militarmente che economicamente. Trovate un re che voglia sbarazzarsi di quello che è ormai diventato uno Stato nello Stato. Individuate gli inquisitori adatti, che sappiano raccogliere voci sparse e comporle in un mosaico terribile: un complotto, crimini immondi, innominabili eresie, corruzione e una buona dose di omosessualità. Arrestate e torturate i sospetti. Chi ammette e si pente avrà salva la vita, chi si dichiara innocente finirà sul patibolo. I primi a legittimare la costruzione inquisitoriale saranno le vittime, specie se innocenti. Infine, incamerate gli immensi beni dell'Ordine. Questo fondamentalmente ci insegna il processo intentato ai cavalieri Templari da Filippo il Bello.
Segue la storia del mito templare. Immaginate che molti siano rimasti scossi da questo processo e, oltre ad avvertirne l'ingiustizia, come accadde persino a Dante, siano rimasti affascinati dalle dottrine segrete attribuite ai Templari e colpiti dal fatto che la maggior parte dei cavalieri non fosse perita sul rogo e allo scioglimento dell'ordine si fosse come dissolta. All'interpretazione scettica (con la paura che si erano presa, hanno cercato di rifarsi una vita altrove, in silenzio) si può opporre l'interpretazione occultistica e romanzesca: sono entrati in clandestinità, ci sono attivamente restati per sette secoli, Essi sono ancora tra noi.
Niente è più facile che trovare un libro sui Templari. L'unico inconveniente è che nel 90 per cento dei casi (mi correggo, 99) si tratta di bufale, perché nessun argomento ha mai maggiormente ispirato le mezze calzette di tutti i tempi e di tutti i paesi quanto la vicenda templare. E via con la continua rinascita dei Templari, con la loro costante presenza dietro le quinte della Storia, tra sette gnostiche, confraternite sataniche, spiritisti, ordini pitagorici, rosacrociani, illuminati, massoni e Priorato di Sion. Talora la bufala è così smaccata, come nel caso de Il santo Graal di Baigent, Leigh e Lincoln (Mondadori, 1982), che l'evidente e spregiudicata malafede degli autori consente almeno al lettore dotato di buon senso di leggere l'opera come divertente esempio di fantastoria. Come sta avvenendo ora con il Codice Da Vinci, che scopiazza e rielabora tutta la letteratura precedente. 
Ma stiamo attenti, perché migliaia di lettori creduli vanno poi a visitare il teatro di un'altra bufala storica, il paesino di Rennes-le-Château. L'unico modo per riconoscere se un libro sui Templari è serio è controllare se finisce col 1314, data in cui il loro Gran Maestro viene bruciato sul rogo. Tra i libri che si arrestano a quella data era uscito da Einaudi nel 1991  I Templari di Peter Partner.
Ora il Mulino pubblica I Templari di Barbara Frale, una studiosa che ha dedicato anni di lavoro e altre opere a questo argomento. Sono meno di 200 pagine, e si leggono con gusto. Ricchissima la bibliografia (seria). Barbara Frale non si scandalizza troppo per certi aspetti successivi del mito templare, anzi ne vede con qualche simpatia certi svolgimenti romanzeschi (ai quali dedica però solo due paginette conclusive), ma solo perché possono suscitare nuove serie ricerche su tanti aspetti ancora oscuri della 'vera' storia dei templari. Per esempio c'era davvero un rapporto tra i Templari e il culto del Graal? Non si può escludere, visto che persino un loro contemporaneo, Wolfram von Eschenbach, ne favoleggiava. Ma osserverei che i poeti, teste Orazio, sono autorizzati a fantasticare, e uno studioso del prossimo millennio che trovasse un film d'oggi che attribuisce a tale Indiana Jones la scoperta dell'Arca dell'Alleanza non avrebbe ragioni per trarre da questa divertente invenzione alcuna conclusione storiograficamente corretta. Quanto al fatto che però l'antica vicenda non sia ancora del tutto chiara, Barbara Frale accenna ad alcune sue recenti scoperte in archivi vaticani che indurrebbero a vedere in modo nuovo il ruolo della chiesa nel processo. Ma, per lo sconforto di chi ancora oggi esibisce talora un biglietto da visita che lo qualifica come Templare, ricorda che Clemente V, al momento della sospensione dell'ordine, aveva messo fuorilegge qualsiasi tentativo di ripristinarlo senza il consenso pontificio, lanciando addirittura la scomunica contro chiunque utilizzasse il nome e i segni distintivi del Tempio. D'altra parte, nel 1780, argomenti del genere usava Joseph de Maistre per liquidare i neotemplaristi dei tempi suoi”. 
L'ordine templare esisteva in quanto riconosciuto dalla Chiesa e dai vari Stati europei, e come tale è stato formalmente disciolto all'inizio del XIV secolo. Punto. Da quel momento, visto che nessuno ne possiede più il copyright, ciascuno ha il diritto di rifondarlo, nello stesso senso in cui chiunque può dichiararsi sommo sacerdote di Iside e Osiride, e al governo egiziano la cosa non fa né caldo né freddo.
Bernardo di Chiaravalle (che tenne a battesimo i due più grandi ordini medievali: quello monastico dei Frati Cistercensi, di cui fu il massimo esponente e per i quali redasse la Regola, e quello dei Cavalieri Templari, per i quali adattò la stessa Regola modificandola per le esigenze dovute alla loro duplice natura di monaci guerrieri) rivela di aver ricevuto l'illuminazione nella Chiesa di Saint Vorles a Chatillon-sur-Seine, mentre era in contemplazione di una statua di una Madonna Nera. Si dice che dopo avere pronunciato le parole "Monstra te Matrem", Maria si premette il seno, e tre gocce del suo latte caddero direttamente nella sua bocca; Maria come Sofia. Bernardo attinse però ai contenuti di dottrine iniziatiche pre-cristiane, riguardanti la sfera del femminile e delle sue manifestazioni,  connesse al concetto di “Madre Terra”. 
Va ricordato che il culto Cristiano della Vergine Maria è considerato come derivato dal culto di Iside dell’antico Egitto e compare tardi nel Cristianesimo (Concilio di Efeso 431 d.C.)  ma ricorda la divinità egizia per l’aspetto iconografico e per la ricorrenza delle varie festività dedicate.
Per mantenerci aderenti al carattere storico, politico e religioso di questo studio, daremo la precedenza al templarismo storico che trova la sua espressione in quegli uomini che, nel XVIII secolo, avanzarono la pretesa di discendere dall'antica istituzione e di averne ereditata la dottrina segreta e magari anche l’immane “tesoro” che probabilmente venne diviso in tre parti (Italia, Francia, Spagna).
Disputatissima, questa pretesa portò, sul piano organizzativo, risultati disastrosi: frazionamenti nel massonico che sino ad allora era stato compatto e tollerante, introduzione di nuovi gradi e, cosa più grave, deviamento, per rivalità di natura contingente, della linea iniziatica. 
Infatti si può essere tranquilli col nemico perché non potrà tradirci ma molto attenti con Amici, Colleghi, Fratelli e Parenti, 
perché è da loro che arriverà il Tradimento
A sfatare i luoghi comuni che serpeggiano dietro le figure dei monaci - guerrieri. Alcuni cavalieri, amati da Dio rinunciarono al mondo e si consacrarono a Cristo. Osservavano la povertà, la castità e l’obbedienza. Erano, il fondatore dell’Ordine Ugo de Pagani o di Payns insieme ad altri 8 fratelli. 
Il Re di Gerusalemme diede loro alcuni locali del vecchio Tempio di Salomone e per questa ragione furono chiamati Templari”. Sono diverse le leggende che nel corso degli anni si sono diffuse intorno alla figura, più o meno mitica, dei cavalieri Templari, *Custodi del Santo Graal* *Arca dell’Alleanza*. 
Il periodo storico è databile tra il 1118, data di fondazione dell’ordine, e il 1314, data della morte sul rogo dell’ultimo Gran Maestro Templare, Jacques de Molay. Nessuna filosofia di vita, nessuna convinzione religiosa, solo un modo per dare un senso ad una figura, quella dei Templari, su cui sono state dette e scritte pagine infinite. 
La fine dei Templari: una triste storia più che un romanzo.
Pensiamo ai più diffusi Luoghi Comuni sui Cavalieri Templari:   
“bere come un Templare”. Vino e birra erano le bevande più consumate, e potevano essere aromatizzate con anice o rosmarino. Il vino veniva anche bollito e speziato con cannella, chiodi di garofano, o con l’aggiunta di miele. 
L’espressione “bere come un Templare” non corrispondeva ad un comportamento reale, perché l’ubriachezza nell'Ordine non era tollerata e veniva punita molto severamente, anche con l’espulsione. 
“…e se un fratello è abituato a bere tanto da diventare ubriaco e non vuole correggersene, bisogna punire la sua colpa…” 
(Regola catalana - una versione della Regola generale). 
Il vino per i Templari era importantissimo perché indispensabile nelle funzioni religiose. Ogni precettoria, aveva l’obiettivo d’essere autosufficiente, e perciò quasi dappertutto si cercava di produrne. Come accadeva anche per gli altri ordini monastici, documenti testimoniano la presenza di numerosi vigneti posseduti dall'Ordine, in terre non sempre lavorate direttamente ma anche affidate ai contadini del luogo. In mancanza di vigneti, pur di mantenere l’autonomia produttiva, ci si dedicava alla preparazione d’altre bevande. Un esempio lo abbiamo nella precettoria inglese di Cowton, dove c’era un apposito locale per la fabbricazione della birra. (consumata soprattutto nel nord Europa per le ovvie condizioni climatiche che rendevano troppo complessa la produzione del vino).
“in due su un cavallo” E’ conosciuto da tutti il sigillo templare che mostra due cavalieri armati su uno stesso cavallo. Il significato è stato variamente interpretato ma non è certo, come qualcuno ha scritto, un riferimento alla necessaria povertà dei cavalieri che per risparmiare vanno in due su un cavallo! Sciocchezze
Ci pensate che razza di efficienza in combattimento avrebbero avuto?
Il significato del sigillo è esoterico ed è una conferma che all’interno del Tempio esisteva un insegnamento segreto, analogo a quello dei Fedeli d’Amore.
Francesco da Barberino, fedele d’amore, nei suoi Documenti d’Amore, un trattato esoterico sapienziale dell’inizio del XIV secolo, ci ricorda che il cavallo è simbolo della natura umana, perché ritenuto l’animale più simile all'uomo. I due cavalieri vanno interpretati come immagine della parte invisibile che ci costituisce ed è trasportata dal corpo: 
uno dei cavalieri è l’anima, l’altro lo spirito; 
il cavallo è il corpo.
Anima, Spirito e Corpo costituiscono ognuno di noi, 
come ricordava anche San Paolo.
Ma coltiviamo il dubbio e andiamo oltre il fatidico 1314 per tentare di capire
Da quella tragica data fino alla fine del 1600 le notizie sono poche e contrastanti. 
Il manoscritto rinvenuto dal Locke (1696) nella Biblioteca Bodleiana, pubblicato solo nel 1748, che è attribuito alla mano di Enrico VI di Inghilterra, definisce la Massoneria come «la conoscenza della natura e la comprensione delle forze che sono in essa»; ed enuncia espressamente l’esistenza di un legame tra la Massoneria e la Scuola Italica, perché afferma che Pitagora imparò la Massoneria dall'Egitto e dalla  Siria, e da questi paesi i Fenici, gli uomini rossi fiammanti, la portarono in Occidente.
Gli anni tra il 1735 e il 1780 sembrano essere stati i più favorevoli al sorgere in seno alla Massoneria di nuovi sistemi, tendenti a costituire i sistemi degli Alti Gradi. Gradi il cui aspetto è quasi sempre templare, ma il cui fine sono la lotta e la passione politica. Le circostanze che condussero ala creazione degli Alti Gradi non sono ben chiare: sembra che siano dovuti al “famoso” scrittore francese di origine scozzese, (convertito al cattolicesimo dal prelato francese (1651 + 1715) Ramsay André Michel (nato nel 1686) il quale instaurò i gradi scozzesi, attribuendone l’origine a Gonfredo Bouillon. La leggenda sulla sua derivazione raccontava che Pietro da Bologna, uno dei precursori, incaricato della difesa nel processo contro l’ordine, scomparso nel nulla durante il Concilio di Sens ed evaso dal carcere con il segreto comunicatogli dal Gran Maestro de Molay, si era recato in Scozia con il conte Ugo di Salm e con    Silvestro Grumbach dove si incontrarono con i Gran Commendatori Giorgio de Harrris e Aumont, che li avevano preceduti e, insieme, avevano deciso di continuare l’Ordine sotto il velo massonico.
Nel giorno di San Giovanni del 13 … … ?, nello stesso capitolo in cui Aumont era stato eletto Gran Maestro, si era convenuto di adattare i simboli dell’arte muratoria e il nome di Massoni liberi, onde sfuggire ad ogni ricerca e ad ogni persecuzione. Subito dopo l’Ordine si diffuse in Francia, in Germania, in Inghilterra, in Spagna ed altrove. Che tutto questo potrebbe essere leggenda lo indicano alcune sviste di indubbia importanza. Lasciando da parte l’impossibilità materiale per il Molay di poter comunicare con Pietro da Bologna, è certo che il conte di Salem, secondo quanto scrive il Depuy, non fu imprigionato, non solo, ma Ugo e Silvestro sono probabilmente la stessa persona e precisamente quel Silvestro di Grumbach, nominato canonico di Magonza ed i cavalieri Harris e Aumont sono forse due sconosciuti ?
Era facile allora, quando la storia non aveva nessun metodo critico, incorrere in simili errori, specie se si tendeva a creare una genealogia per istituzioni di recenti natali. Comunque sia, viene spontaneo chiedersi perché il primo conato delle affiliazioni templari a carattere massonico si sia verificato in Scozia. 
Secondo il Ramsay, la ragione è semplicissima; prima della loro quasi totale distruzione, i Templari si sarebbero associati ai Massoni per la ricostruzione delle Chiese distrutte dai Saraceni, in un secondo tempo, accettando l’offerta di un non ben definito Re inglese, si sarebbero ritirati nei loro stati per dedicarsi al trionfo della moralità, dei costumi e delle arti figurative e musicali.
La certezza che i Templari siano preesistiti alla Massoneria moderna (speculativa), ci induce quindi a cercare nelle origini di quella storica (operativa), per vedere quali rapporti intercorrano fra le due grandi istituzioni nel pensiero dei diversi autori. 
Nebulosa è l’origine della Massoneria 
e dei Costruttori del Tempio di Re Salomone. 
Il Laurie la ricerca tra i costruttori dell’Abbazia di Kilwinning, ovvero in una corporazione scozzese, in seno alla quale sarebbe avvenuta la fusione con i fratelli Templari fuggiaschi. 
Per sottrarsi alla vigile attenzione dell’Inquisizione, questa  Massoneria costituì, nel 1735, l’Ordine del Patriarca Noè (Noachiti) al quale potevano accedere solo i cattolici e senza alcuna pretesa di discendere dagli antichi ordini cavallereschi; tuttavia il Ramsay non esitò a far discendere da questa Massoneria la Cavalleria Crociata, per quanto, nel suo celebre discorso non facesse cenno ai Templari. 
Arriviamo all'introduzione nella Massoneria degli Alti Gradi che andarono ad aggiungersi a quelli tradizionali di: 
Apprendista, Compagno e Maestro. 
Non la tradizione, ne motivi ideali sembrano aver spinto ad immettere i gradi templari, ma una politica di necessità, quella politica che sino ad allora era  rimasta fuori dalle logge e che finì presto col prendere il sopravvento sul carattere iniziatico fino ad allora perseguito. 
Pare che gli Stuart, dopo la detronizzazione (1688), stabilissero per le loro rivendicazioni politiche e dinastiche una rete di relazioni tra la Scozia, la Francia, l’Inghilterra e il papato di Roma, agganciandovi anche la Massoneria, con le logge Jacobite e, volendola asservire al legittimo degli Stuart, si cominciò con l’attribuire ai simboli ed alle allegorie muratorie, simboli ed allegorie dinastiche: la stessa leggenda di Hiram non servì più a ricordare l’antico Maestro di Salomone, ma la morte sul patibolo di Carlo I avvenuta nel 649.
Uomo di lettere e di scienze, versato in teologia e coinvolto nelle dispute religiose così accese in Inghilterra, André Michel Ramsay, una volta rifugiatosi in Francia, si unì al partito degli Stuart, tentando una riforma massonica generale. Nel 1728, si intrattenne con i membri della Gran Loggia di Londra, per aggiungere ai tre gradi simbolici, le sue innovazioni che furono accolte con grande entusiasmo. Nascevano così gli alti gradi e questa sembra essere l’origine più probabile dello Scozzesismo. 
Le novità venivano probabilmente pronunciate a mezza bocca, particolarmente nei salotti cosiddetti “bene informati”, frequentati dai nuovi ceti emergenti provenienti dalla provincia. Il sesto grado svolgeva la leggenda della derivazione Templare nella persona del “famoso Aumont”, allettando i seguaci degli Stuart. 
Entrata nella fase di decadenza, la Massoneria prestava il fianco alle infiltrazioni politiche e al dilagare del filosofismo; il grado Kadosh o Piccolo Eletto è infatti coetaneo al trionfo della religione naturale sulle religioni rivelate e all'introduzione in Massoneria della tradizione dei Rosacroce, della Kabala, della magia, della teosofia, delle arti evocative, ecc.
Il grado Kadosh, viene registrato a Lione sin dal 1743, come simbolo della vendetta dei Templari e quale rifugio di molti Massoni espulsi, perché tali, dall'Ordine di Malta. I gradi Superiori si suddivisero e si inquadrarono, sull'esempio di Ramsay, in una pluralità di differenti sistemi che presero il nome di “riti” e furono governati ognuno dal proprio capitolo. Questa novità degli Alti Gradi, fu causa di gravi turbamenti in seno alla Massoneria, fino a quel momento rimasta estranea da tutte le competizioni profane.
Carlo Edoardo Stuart stabilì il primo centro amministrativo degli Alti Gradi ad Arras, nel 1747, dopo il capitolo di Clermont e da questo derivante si costituì nel 1758 con un nuovo sistema, cioè il Consiglio degli Imperatori d’Oriente e d’Occidente; un altro capitolo venne alla luce a Parigi nel 1762, il Gran Consiglio dei Sublimi Principi del Real Segreto, comprendente 25 gradi. 
Il Barone Tschoudi, nel suo libro “L’Etoile Flamboyante”, tratta l’ordine come tale, di questi nuovi gradi e del loro rituale, che in seguito si svilupparono nei vari sistemi giungendo sino a novanta. Tra tutti questi sistemi, cercheremo di esaminare soltanto quelli che si richiamano all'Ordine del Tempio. Nell'Europa centrale il sistema di Ramsay sfociò nella “Stretta Osservanza”. Le prime notizie in merito comparvero in uno scritto del 1745 a Strasburgo; quasi in contemporanea, o prima del 1751 attraverso un manoscritto rinvenuto che sostiene che l’origine della Massoneria (moderna), proviene dalle Crociate. 
Ma è soprattutto dal trattato della “Stretta Osservanza” compilato dal più attivo sostenitore, Carlo Gotthelf, barone de Hund che si vengono a conoscere i caratteri di questa Alta Massoneria tedesca. Gli statuti si trovano pubblicati negli “Acta Latomorum” del Thory e nell’”Anti-Santi-Nocaise”, in Lipsia 1788. 
Nell'esporre la leggenda relativa all’Aumont, si fa risalire il racconto sino ai primi due delatori, il Noffodei e Squin de Florian (Esquieu de Floyran, detto Squinn, è un personaggio a metà tra storia e leggenda. E il suo nome è arrivato fino a noi trascritto in vari modi, come Esquieu de Florian o Esquieu de Floryan de Béziers. Così per quanto riguarda il suo appellativo, in alcuni casi tramandato come Squin), che avrebbero assassinato, nella sua casa di campagna vicino Milano, il Maestro della provincia di Monte Carmelo per non aver egli concesso loro il comando di una nuova commanderia in sostituzione di quella perduta a Montfaucon. 
Il de Hund era stato ricevuto Massone a Francoforte sul Meno il 20 marzo 1742, e nel 1754 nella loggia Clermont di Parigi era stato iniziato agli Alti Gradi. 
Ritornato in Germania costituì l’Ordine della Stretta Osservanza, con 6 gradi di regime templare, ai quali se ne aggiunse poi un altro: il settimo. 
Come il Tempio, egli divise l’Europa in 9 provincie; a capo di tutte aveva posto altissimi personaggi “sconosciuti”, residenti in Scozia. 
In un “Convento” tenuto a Saxe nel 1763, il de Hund accede alla carica di Gran Maestro Provinciale della Massoneria Rettificata della Germania, ma nel settembre dello stesso anno comparve Jena, uno sconosciuto di nome Johnson, definito un avventuriero, il quale, proclamandosi Gran Priore dell’Ordine, si disse incaricato di riformare le logge tedesche, le quali, non erano, secondo le sue affermazioni, l’Ordine Templare, perpetuatosi segretamente. 
Con la minaccia di far intervenire straordinarie potenze, con il timore di terribili punizioni contro i nemici dell’Ordine e con il decantato possesso di un manoscritto di Ugo de Pagani, imponeva, in nome dei “Superiori sconosciuti”, il riconoscimento a lui solo il diritto di creare Cavalieri del Tempio. 
“Ugo nacque da famiglia Nocerina di origine Normanna, nell'antica Nocera de' Pagani (oggi suddivisa tra i comuni di Nocera Inferiore, Nocera Superiore, Pagani, Sant'Egidio del Monte Albino e Corbara), probabilmente attorno al 1074. Una tradizione locale afferma che il battesimo di Ugo ebbe luogo a Nocera, nella chiesa rupestre di Sant'Angelo in Grotta (o Sant'Angelo ad Cryptam). Il Libro  Capitolare dell'Abbazia della Santissima Trinità di Venosa racconta che, nel 1084, Pagano de' Pagani e sua moglie Emma donarono al monastero alcune proprietà, Chiese in particolare, in presenza del figlio Ugo. Un esponente della famiglia  Amarelli, Leonardo, aveva sposato Ippolita de' Pagani, sorella di Pagano, ed aveva due figli: Alessandro e Anzoise. Alessandro sarebbe stato coinvolto con Ugo nella Prima Crociata. 
La famiglia Amarelli viveva e vive a Rossano, in Calabria”.
Il barone de Hund, che male aveva sopportato l’intromissione dello Johnson, non tardò ad averne vittoria: fattolo rinchiudere in un Castello a spese dell’Ordine, convocò un nuovo “Convento” ad Altembourg nel 1764 per essere nominato Gran Maestro. Convalidando che il conferimento degli Alti Gradi era di assoluta competenza del Gran Maestro per la Germania, divenne così il più fervente sostenitore del sistema Templare applicato alla Massoneria. I membri della “Stretta Osservanza” erano vincolati, attraverso un giuramento di cieca obbedienza, unicamente alla sua persona, prendendo la denominazione di “Cavalieri di Spada”. 
Ai tre gradi massonici ne fu aggiunto un altro, il quarto: Maestro Scozzese, un quinto: Nonizio, un sesto: Cavaliere del Tempio, distinto in tre classi: 
Cavaliere, Socio e Armigero. 
Chiudeva la serie il VII grado di Cavaliere Professo, istituito più tardi. Ma ogni volta che i fratelli, ansiosi di conoscere quanto era stato loro preannunciato come una rivelazione, chiedevano di essere messi a parte almeno della scienza magica e del segreto della Pietra Filosofale, si sentivano ripetere la medesima risposta: 
un vero Massone era il Cavaliere del Tempio. 
Il piano gerarchico divideva la Germania in nove Provincie ad ognuna delle quali era predisposto un Gran Maestro Provinciale, assistito da un capitolo con priorati e prefetture alle proprie dipendenze. I capi e gli scopi dell’Ordine restavano occulti, seducendo gli amatori del mistero, snervando i desiderosi di concludere. 
Oggi resta ancora un Mondo da esplorare con ricerche sempre più approfondite e senza certezze. 
                                                                        
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                                                                Giancarlo Bertollini

Bibliografia: 

°      TRECCANI - Enciclopedia Italiana.
°      Da Lavori di: Bertollini - D’Angelo - Revelli - Manetti.
°      Ricerche sul WEB - Umberto Eco - Barbara Frale - Franco Cuomo.

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La Donna nell'Antico Egitto.

La donna egizia godeva della stessa posizione giuridica dell'uomo. Tuttavia, erano gli uomini a ricoprire quasi tutte le cariche pubbliche.
La donna esercitava le sue principali attività nella sfera privata, come "signora della casa". Si può parlare di una certa divisione del lavoro in base al sesso.
L'uguaglianza teorica tra uomini e donne trovava una traduzione pratica solo nelle classi elevate della società egizia. Cinque o sei donne arrivarono a detenere il potere supremo. Alcune regine collaborarono attivamente nella politica seguita dai loro mariti. Anche le figlie dei faraoni godevano di una posizione invidiabile. Nella Bassa Epoca, una di loro arrivò a ricoprire la carica di "Divina Adoratrice": il suo potere divenne maggiore di quello del sommo sacerdote di Amon.
Le donne nobili avevano titoli religiosi e civili, disponevano di proprietà, che amministravano da sé e che potevano trasmettere ai loro eredi. Sembra che nell'Antico Regno alcune donne abbiano svolto compiti amministrativi in case private. Durante l'Antico Regno, la donna raggiunse l'apice nella vita istituzionale e pubblica. In seguito, soprattutto durante il Nuovo Regno, la menzione di titoli amministrativi femminili scompare quasi del tutto.
Il tipo di lavoro svolto da una donna dipendeva dalla posizione sociale occupata da lei o dal marito. Le principali attività conosciute attraverso le fonti archeologiche o scritte indicano che nell'Egitto antico esisteva una divisione del lavoro in base al sesso. I servitori maschi si occupavano di solito della cura degli uomini, mentre le domestiche di quella delle signore. Gli impiegati e le impiegate delle grandi tenute dei nobili o dei templi partecipavano insieme alla lavorazione del pane e della birra, mentre nel resto delle attività era evidente una preponderanza maschile, con l'eccezione dell'industria tessile, in cui lavorarono per lo più donne fino al Nuovo Regno. Tra le domestiche sono state distinte, in base ai documenti, le fornaie, le birraie, le mugnaie, le giardiniere, le musiciste, le ballerine e le cantanti, oltre alle tessitrici e alle filatrici. Le donne svolgevano anche compiti molto specializzati, come quello di nutrice; nel caso dei figli del re, soltanto donne appartenenti alla classe nobile potevano esercitare questa funzione.
Per quanto riguarda le contadine, pur non partecipando alla maggior parte delle attività agricole e pastorizie, collaboravano nella raccolta del grano. Solo molto più tardi la donna tornò a essere così importante.
La posizione sociale della donna egizia era molto più invidiabile di quella della maggior parte delle sue contemporanee di altre civiltà. I viaggiatori greci, come Erodoto, restavano meravigliati per la libertà di azione di cui godevano le egizie. Dalle fonti, sappiamo che le donne erano proprietarie terriere, che partecipavano a transazioni mercantili senza l'aiuto di uomini e che potevano ereditare e lasciare in eredità a loro piacimento. Quando si sposavano, continuavano a disporre dei loro beni, che riacquistavano in caso di divorzio. La loro uguaglianza davanti alla legge comportava che potessero presentarsi davanti ai tribunali in qualità di querelanti, difensori o testimoni, esattamente come gli uomini. Non avevano bisogno di un tutore per partecipare agli affari pubblici. Erano responsabili delle loro azioni e potevano essere portate in giudizio e punite con la stessa severità prevista per gli uomini.
La condizione normale della donna era quella di sposa. La famiglia monogama era dunque il nucleo della società egizia. Le raffigurazioni di coppie, da sole o con i figli, indicano, dall'Antico Regno, l'importanza che la famiglia aveva per gli egizi. Raramente è raffigurata una donna sola sulle stele o sulle pareti delle tombe dell'antico Egitto. In realtà, la donna nubile non rientrava nell'ideale egizio, per cui non sono giunti fino ai nostri giorni molti dati riguardanti questa condizione sociale. Invece, esistono molte informazioni su quella della vedova. Se il marito moriva, la mancanza di entrate poteva causare alla sua vedova gravi contrattempi. Dal Medio Regno, la vedova appare come uno dei personaggi derelitti della società egizia, che riceveva l'aiuto dei funzionari, secondo quanto raccontano le loro stele votive. 

Bes, dio protettore della gravidanza.

Nell'antico Egitto il dio Bes era rappresentato come un nano deforme e barbuto. 
Era una divinità del focolare, legata alla protezione della donna incinta e del neonato. 
La sua figura fu utilizzata in diversi talismani che allontanavano le influenze nefaste e il malocchio. L'ideale egizio era avere molti figli, perciò la fecondità era una delle principali preoccupazioni della donna. I papiri di medicina indicano rimedi per favorire la gravidanza ed evitare il pericolo di aborto spontaneo. Vi erano però anche prescrizioni per abortire e rimedi per favorire la contraccezione, come rivelano le stesse fonti mediche. 

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GLI EGIZI: A VOLO RADENTE.


GLI EGIZI

L’Antico Egitto, o civiltà dell’Antico Egitto (altri usano chiamarla civiltà egizia) è quella civiltà antica che si è sviluppata lungo la Valle del Nilo tra il 3900 a.C. e il 332 a.C. Si tratta, insieme alle civiltà mesopotamiche (sumeri, assiri, babilonesi) di una delle prime civiltà di cui la storia ha traccia.

LE 6 DOMANDE CHIAVE PER CAPIRE L’ARGOMENTO 

·   Chi: Antico Egitto (o civiltà dell’Antico Egitto).
·   Cosa: una delle più antiche civiltà umane di cui abbiamo notizia.
·   Come: anche per gli Egizi, come per i Sumeri, è difficile risalire alle loro origini.
·   Dove: la civiltà dell’Antico Egitto si sviluppò lungo la valle del Nilo (Africa).
·   Quando: dal 3900 a.C. al 332 a.C.
·   Perché: il corso del Nilo consentiva facilità nel trasporto e negli spostamenti; inoltre, rendeva fertili tutte le terre della valle del Nilo. Queste due circostanze hanno permesso agli uomini di abitare quelle zone, dando vita alla civiltà dell’Antico Egitto

BREVE STORIA DELL’ANTICO EGITTO

I primi uomini si stabilirono lungo la Valle del Nilo circa 120 000 anni fa. Inizialmente, la valle del Nilo era suddivisa in due territori: il Basso Egitto, che comprendeva l’area nei dintorni del delta del Nilo e l’Alto Egitto, che comprendeva i territori attraversati dal Nilo a Sud dell’Egitto.
Non vi era un unico faraone e le popolazioni del Basso e dell’Alto Egitto erano spesso in guerra tra loro finché, intorno al 3000 a.C., il Re guerriero Meni (o Menes, secondo altre fonti) riuscì ad unificare l’Egitto, divenendo il primo faraone.

L’IMPORTANZA DEL NILO

Nell'antichità, l’agricoltura era molto diversa da quella di oggi: non esistevano macchinari a motore né fertilizzanti o sostanze chimiche utili a concimare la terra e sconfiggere i parassiti. La coltivazione era possibile solo in presenza di un terreno fertile e di facile lavorazione.
Il Nilo, grazie alle sue inondazioni, copriva di limo tutte le aree desertiche circostanti, rendendole facilmente coltivabili. Il limo era un fango dal colore nerastro dalle incredibili proprietà fertilizzanti. Ogni anno, in estate il Nilo inondava i campi e si ritirava in autunno, lasciandoli intrisi d’acqua e ricoperti di limo: le condizioni ideali per l’agricoltura.
Lungo le sponde del Nilo era possibile produrre orzo e grano, gli alimenti principali di cui si nutrivano gli abitanti dell’Antico Egitto; era possibile coltivare anche i papiri, da cui si ricavavano fogli simili a carta, ulivi e lino. Fu proprio la presenza del Nilo a permettere lo sviluppo di una civiltà ricca e prospera come quella dell’Antico Egitto.

LA SOCIETÀ DELL’ANTICO EGITTO

Con le civiltà dei fiumi (egizi, civiltà mesopotamiche) assistiamo per la prima volta all'organizzazione degli uomini in grandi gruppi. Perché questo fosse possibile, erano necessarie regole, leggi e ruoli sociali molto più complessi rispetto a quelli delle società primitive.
L’Antico Egitto era strutturato secondo una gerarchia piramidale: al vertice si trovava il faraone, che governava in modo assoluto ed era considerato una divinità. Sotto di lui, si trovavano i sacerdoti, gli scribi e i funzionari statali; vi era poi l’esercito seguito dal popolo. Infine, sul gradino più basso della piramide sociale, vi erano gli schiavi.

Piramide sociale dell’Antico Egitto:

1.     Faraone
2.     Sacerdoti
3.     Funzionari e scribi
4.     Soldati
5.     Popolo libero
6.     Schiavi

1)      IL FARAONE
Il faraone era la massima autorità nell'Antico Egitto: regnava come sovrano incontrastato e si credeva che fosse l’incarnazione del dio Horus, figlio di Osiride.
Ogni faraone stabiliva chi sarebbe stato il suo successore, solitamente scegliendo uno trai i suoi figli.

2)      I SACERDOTI
Il ruolo di sacerdote era particolarmente importante nell'Antico Egitto. I sacerdoti più importanti avevano enormi poteri, che si passavano di padre in figlio. Vi erano poi i sacerdoti minori, che rivestivano la carica di sacerdote solo per un certo periodo.

3)      SCRIBI E FUNZIONARI DEL FARAONE
Il faraone affidava tutti i compiti amministrativi (far pagare le tasse, stabilire le leggi e le azioni di governo da compiere, far rispettare le leggi, etc.) a un gran visir, una sorta di primo ministro.
Naturalmente, era impossibile per una persona sola amministrare un intero paese; per questa ragione, il gran visir era aiutato da numerosi funzionari e dagli scribi, ovvero coloro che avevano imparato a leggere, scrivere e contare. La scrittura geroglifica era molto complessa ed erano in pochi a poterla studiare; per questo, lo scriba era una figura importante e di grande prestigio nell'Antico Egitto.
Gli scribi erano presenti in tutto il territorio dell’Antico Egitto, dal palazzo del faraone agli uffici periferici, dove si occupavano di documentare tutto quello che accadeva.

4)      SOLDATI
L’esercito, nell'Antico Egitto, era ai diretti comandi del faraone, che nominava i generali. I soldati erano divisi in arcieri, fanteria e cavalleria, che combatteva a bordo di carri leggeri e veloci trainati da una coppia di cavalli. Poiché prendevano ordini direttamente dal faraone, i soldati godevano di un certo prestigio ed erano secondi solo ai sacerdoti e ai funzionari.

5)      IL POPOLO
La maggior parte della popolazione dell’Antico Egitto non apparteneva alle caste di cui abbiamo parlato finora, ma erano contadini, artigiani, commercianti, muratori.
Il popolo era costituito da uomini liberi, che lavoravano per conto proprio o dello stato. Solitamente stipulavano un contratto che stabiliva il loro lavoro e quello che avrebbero ricevuto in cambio. Il popolo egizio era l’equivalente dei nostri lavoratori dipendenti e dei piccoli imprenditori.

6)      SCHIAVI

Al di sotto di tutti, vi erano gli schiavi. Questi erano principalmente prigionieri di guerra catturati nel corso delle guerre e delle incursioni dell’esercito egizio e non avevano diritti né libertà: erano di proprietà del Re o dei sacerdoti. Venivano impiegati per i lavori più duri come la costruzione degli edifici monumentali, gli scavi nelle miniere o il lavoro nei campi. 

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