lunedì 22 dicembre 2014

Il PIL diminuisce ? Di quanto ? Migliorarne i contenuti !

L’economia è in crisi. Non ci sono soldi. L’ineguaglianza cresce: i ricchi diventano molto più ricchi e i poveri più poveri. Ci sono più disoccupati (specie giovani), aziende che perdono o riducono i profitti, negozi che chiudono, enti pubblici che non funzionano per mancanza di fondi. Non cresce la ricchezza che produciamo, ma la misuriamo male.
Fino a poche settimane fa sembrava che il PIL, il Profitto Interno Lordo. dovesse diminuire nel 2014 di poco più di metà dell’1%. I giornali titolavano: “Italia in ginocchio”; “Siamo il fanalino di coda dell’Europa”. Quest’ultima conclusione era confermata dalle previsioni di crescita di alcuni punti percentuali del PIL di Svezia, Estonia, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Polonia, Romania, UK, Svizzera, Islanda. Ora sembra che il nostro PIL calerà forse solo dello 0,4% - ma il pessimismo dilaga ancora. Per capire se sia giustificato, definiamo i termini e analizziamo i numeri.
Il prodotto nazionale lordo è la somma di: profitti di imprese e individui, interessi, affitti, stipendi e salari, tasse indirette [cioè: entrate]. Si definisce in modo equivalente come la somma di consumi, investimenti, spese governative, più esportazioni e meno le importazioni . [cioè: spese]. Le spese devono essere identiche alle entrate – teoricamente. Il manuale di economia del Nobel Paul Samuelson (edizione 1980) le riporta per il 1978 con il valore (per gli USA) di 2.127,60 miliardi di dollari.
Domanda chiave: mentre ripetiamo che in Italia il PIL sta calando di circa metà dell’ 1%, con che precisione ne conosciamo il valore?
Finora non sapevamo rispondere. Ora, però,  S.B. Aruoba (Università del Maryland), F.X. Diebold e collaboratori (Università di Pennsylvania) e J. Nalewaik (Federal Research Board) hanno pubblicato un’analisi profonda e originale. [1] Il PIL è una misura poco precisa: i dati che lo compongono vengono talora trasmessi con ritardo o sono affetti da errori. Gli autori citati hanno desunto separatamente dai dati federali USA la somma delle entrate e la somma delle spese e hanno visto che sono diverse! Hanno utilizzato i dati di questa discrepanza per una analisi probabilistica, che permette di stimare le entità degli errori da cui questo importante parametro può essere affetto.
In modo pragmatico altri economisti hanno determinato le incertezze da cui sono affetti i valori del PIL di vari paesi. Fra questi, il centro di Ricerche dalla Banca Federale tedesca ha valutato gli errori nella determinazione del PIL della Svizzera dal 1980 al 2002. Il diagramma che segue, mostra che l’incertezza è di + 3%. Non ho trovato dati per il PIL italiano. È improbabile che venga determinato in modo più accurato di quello svizzero. Quindi non ha senso discutere su variazioni del valore del parametro che abbiano entità inferiore a quella dell’errore probabile da cui è affetto. Anche una variazione di pochi percento non è un tragedia. Ben diverso il caso della GRANDE CRISI: il prodotto interno USA nel 1929 era di 95,2 miliardi di dollari - nel 1933 fu quasi dimezzato a 48,6 miliardi. Il PIL italiano diminuì dal 1929 al 1933 solo del 5%, dato che l’economia era in prevalenza agricola.

Misura degli errori nella determinazione del PIL trimestrale della Svizzera dal 1980 al 2002 - Fonte: Kugler et al. Measurement errors in GDP  [2]

La stessa definizione del PIL implica paradossi ben noti. Quando si verifica un ingorgo stradale e migliaia di macchine immobili con il motore acceso consumano benzina senza utilità per nessuno, il PIL cresce. In generale: ogni volta che qualcuno produce beni che vengono acquistati da altri per sprecarli, il prodotto nazionale lordo cresce e tutti sembrano artificialmente un po’ più ricchi, mentre solo alcuni commercianti ne traggono vantaggio.
Ben più importante del valore assoluto del PIL è l’analisi del suo contenuto, della qualità dei prodotti e dei servizi, del relativo valore aggiunto  e dei fattori da cui dipendono.
La Commissione Europea ha pubblicato la classifica al 2013 dei 27 paesi dell’Unione in base al livello di innovazione raggiunto, espresso da un indice (compreso fra 0 e 1) funzione di 25 indicatori (lauree, ricerca scientifica, investimenti pubblici e privati in ricerca e sviluppo, brevetti, etc.) L’istogramma seguente illustra la situazione.

In verde: 4 leader (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) - in celeste,: 10 innovatori di seconda classe, 11 innovatori moderati in giallo e 3 innovatori scarsi in arancione. La Svezia sta a 0,75. La media dei 27 Paesi sta a 0,55. L'Italia sta fra gli innovatori moderati a 0,44 – al 15° posto su 27  - dopo Estonia, Slovenia, Cipro – tutti sotto la media.
In Italia gli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo sono lo 0,53 del PIL (0,71 della media europea) e quelli privati sono lo 0,69 del PIL (0,52 della media europea). Questo divario dura da più di 30 anni. Non è solo questione di investimenti, ma di cultura media. La percentuale della popolazione che ha completato l’educazione terziaria è in Italia il 21,7%. La media europea è 35,8 %; Irlanda 51,1 %; Cipro, Lussemburgo, Lituania: 50%; UK 47,1%; Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia, Francia, Belgio: 44%. A livello più basso dell’Italia c’è solo la Turchia.
L’Italia è, dunque, carente nei livelli di istruzione e negli investimenti in ricerca e sviluppo particolarmente nel settore privato. I 4 Paesi europei più innovatori (Svezia, Danimarca, Germania, Finlandia) hanno un PIL pro capite del 25% più alto del nostro e il loro PIL cresce ogni anno di 4 punti percentuali più del nostro. Se innovassimo come loro ogni anno il PIL crescerebbe di 60 miliardi di Euro, rispetto ai quali certi risparmi di cui si parla molto (pure opportuni)– appaiono trascurabili.
Gli imprenditori, quindi, non hanno ragione di chiedere solo flessibilità negli adempimenti burocratici (che pure ci vuole). Devono raddoppiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e assumere giovani eccellenti che producano invenzioni. Devono creare reti di collaborazione con industrie grandi e piccole, italiane e straniere. Lavoro e prosperità si creano studiando e inventando. 


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[1]  Aruoba, S.B.; Diebold, F.X.; Nalewaik, J.; Schorfheide, F.; Song, D. – Improving GDP Measurement: A Measurement-Error Perspective, Paper No.18954, Dec.5, 2014, National Bureau of Economic Research.

[2] Kugler, P.; Jordan. T.J.; Lenz, C.; Savioz, M.R. -  Measurement errors in GDP and forward-looking monetary policy: The Swiss case. –Studies of the Economic Research Centre, No 31/2004, Deutsche Bundesbank. 

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