lunedì 16 maggio 2022

La Pergamena di Chinon (1308)

La Pergamena di Chinon è un documento medievale scoperto nel settembre 2001 da Barbara Frale, una paleografa italiana presso l'Archivio Segreto Vaticano, il quale dimostra che nel 1308 Papa Clemente V concesse l'assoluzione sacramentale al Gran Maestro Jacques de Molay nonché i restanti maggiorenti dei Cavalieri Templari, trascinati in un processo organizzato dal Re di Francia Filippo IV il Bello servendosi dell'inquisizione medievale. Il Papa tolse loro ogni scomunica e censura riammettendoli nella comunione della Chiesa Cattolica. 
(Pergamena di Chinon datata 17-20 agosto 1308). 
La pergamena è datata Chinon, 17-20 agosto 1308 e fu redatta su ordine di Berengario, cardinale prete di San Nereo ed Achille, Stefano, cardinale prete di San Ciriaco in Thermis, e Landolfo, cardinale diacono di Sant'Angelo in Pescheria; il Vaticano custodisce la copia originale e autentica degli atti di quella inchiesta, con segnatura archivistica Archivum Arcis Armarium D 217, mentre una seconda copia autenticata è conservata al numero D 218. Un'altra versione dell'evento, pervenuta in copia e con un resoconto dei fatti in parte alterato, era stata pubblicata da Étienne Baluze nel 1693 e da Pierre Dupuy in 1751.
Gli agenti del Papa svolsero un'inchiesta per verificare le affermazioni contro gli accusati nel castello di Chinon, posto nella diocesi di Tours. Secondo il documento, Papa Clemente V diede istruzione ai cardinali di condurre l'inchiesta sui Cavalieri Templari accusati. 
I Cardinali pertanto «dichiarano attraverso questa relazione ufficiale diretta a tutti coloro i quali vorranno leggerla, che, lo stesso Signore Il Papa, desiderando ed intendendo di conoscere la pura, completa ed intera verità dai maggiorenti di detto Ordine, nominalmente Fratello Jacques de Molay, Gran Maestro dell'Ordine dei Cavalieri Templari, Fratello Raymbaud de Caron, Precettore delle Commende dei Cavalieri templari d'Oltremare, Fratello Hugo de Perraud, Precettore di Francia, Fratello Geoffrey de Gonneville, Precettore di Aquitania e Poitou, e Geoffrey de Charney, Precettore di Normandia, ci ha ordinato ed incaricati appositamente e per suo oralmente espresso desiderio affinché noi si esaminasse con diligenza la verità interrogando il Gran Maestro ed i summenzionati Precettori uno per uno ed individualmente, avendo convocato pubblici notai e testimoni degni di fede.» 
(Pergamena di Chinon datata 17-20 agosto 1308). 
Raymbaud de Caron fu il primo ad essere interrogato, il 17 agosto 1308. «Dopo questo giuramento, per l'autorità conferitaci appositamente per questo scopo dal Signore il Papa, noi accordiamo all'umilmente richiedente Fratello Raymbaud, la grazia del perdono, in una forma accettata dalla Chiesa, dal verdetto della scomunica nel quale era incorso a causa delle sue azioni precedenti, riportandolo all'unità con la Chiesa e reintegrandolo nella comunità dei fedeli ed ai sacramenti della Chiesa.» 
Il secondo a essere interrogato nella stessa giornata fu Geoffroy de Charney. Il terzo a essere interrogato il medesimo giorno fu Geoffroy de Gonneville. Hugo de Perraud fu il quarto a venire interrogato, il 19 agosto 1308. Il Gran Maestro fu l'ultimo a essere interrogato il 20 agosto 1308. 
Secondo il documento, tutti gli interrogatori degli accusati svoltisi dal 17 al 20 agosto 1308 ebbero sempre luogo alla presenza di pubblici notai e dei testimoni riuniti. 
Tra le accuse si annoveravano la sodomia, la bestemmia contro Dio, baci illeciti, lo sputare sulla croce e l'adorazione di un idolo.
Il corpo del testo riporta la comparsa degli imputati, il giuramento degli imputati, le imputazioni contro gli accusati e la maniera con cui furono interrogati gli accusati. Dall'interrogatorio di Molay: «Quando gli fu chiesto se avesse confessato queste cose perché sollecitato, per una ricompensa, per riconoscenza, per cortesia, per timore, per astio, per persuasione da parte di qualcun altro, o per l'uso della forza, o per il timore di venire sottoposto a tortura, egli rispose di no. Quando gli fu chiesto se, dopo essere stato arrestato, fosse stato sottoposto ad un interrogatorio o alla tortura egli rispose di no.» Il testo, successivamente, elenca le denunce, le richieste di assoluzione, e la concessione dell'assoluzione da parte degli agenti del Papa; tutto ciò avvenne sempre alla presenza di testimoni. Un estratto delle indulgenze concesse a Molay poi recita «Dopo di ciò giungemmo alla conclusione di estendere la grazia del perdono per quegli atti che Fratello Jacques de Molay, il Gran Maestro dell'Ordine, nella forma e nella maniera sopra descritta aveva denunciato in nostra presenza, come pure per le eresie descritte ed ogni altra , e giurò di persona sul Santo Vangelo del Signore, e umilmente chiese la grazia del perdono (contro la scomunica), riconducendolo all'unione con la Chiesa e riaggregandolo alla comunità dei fedeli ed ai sacramenti della Chiesa». 

L'analisi della pergamena di Chinon ha permesso a Barbara Frale di riconoscere alcune delle pratiche segrete di iniziazione dei Templari. Malgrado tre degli accusati abbiano ammesso di essere stati invitati dai loro superiori durante l'iniziazione a rinnegare la croce e a sputare su un crocefisso, le loro storie sono tutte incoerenti. Geoffroy de Gonneville ammise di non avere ceduto, malgrado le minacce, a rinnegare ed a sputare sulla croce. Malgrado ciò, Geoffrey de Gonneville fu comunque ammesso nell'ordine, il che potrebbe significare che il rifiuto della croce possa essere stato una qualche sorta di prova. Gli altri ammisero di «avere rinnegato solo con le parole non con lo spirito». Gordon Napier ritiene che la pratica di rinnegare la croce fosse un addestramento in caso di cattura da parte dei saraceni.
Tutti negarono la pratica della sodomia o di avere assistito ad atti di sodomia; tuttavia fu ammesso di avere dato dei baci come forma di rispetto solamente durante l'iniziazione a Templare. Il solo Hugo de Perraud dichiarò che durante la sua iniziazione gli fu detto «…di astenersi dall'accompagnarsi a donne, e se non fosse stato in grado di limitare la sua lussuria, di congiungersi con fratelli dell'ordine». Inoltre, solamente Hugo de Perraud dichiarò di avere visto la testa di un idolo che i Templari furono accusati di adorare, a Montpellier, in possesso del Fratello Peter Alemandin, Precettore di Montpellier. 
Tutti gli altri Templari menzionati nella pergamena di Chinon negarono di essere stati incoraggiati a congiungersi con altri fratelli, e a nessuno di loro fu chiesto dell'idolo. Tutti loro aggiunsero che, come per ogni cattolico, ogni trasgressione contro la fede cattolica veniva pienamente confessata ad un prete o ad un vescovo, venivano impartite penitenze e concesse assoluzioni.

La pergamena di Chinon fu materialmente redatta da Robert de Condet, chierico della diocesi di Soissons, nonché notaio apostolico. I notai apostolici furono Umberto Vercellani, Nicolo Nicolai da Benvenuto, Robert de Condet e maestro Amise d'Orléans le Ratif. I testimoni dei procedimenti furono Fratello Raymond, abate del monastero benedettino di San Teofredo, nella diocesi di Annecy, Maestro Berard (o Bernard?) di Boiano, arcidiacono di Troia, Raoul de Boset, confessore e canonico proveniente da Parigi, e Pierre de Soire, supervisore di Saint-Gaugery di Cambresis.
Inoltre, secondo il documento, furono redatte ulteriori tre copie maggiormente dettagliate dagli altri notai pubblici. A tutti i documenti fu apposto il sigillo e furono tutti firmati dai partecipanti. Secondo il documento: «Le loro parole e confessioni furono scritte esattamente nella maniera in cui sono riportate qui dai notai i cui nomi sono elencati sotto alla presenza di testimoni elencati sotto. Abbiamo altresì ordinato che queste cose venissero redatte in forma ufficiale e convalidate dalla protezione dei nostri sigilli». (Pergamena di Chinon datata 17-20 agosto 1308).
La pergamena di Chinon riporta un tentativo fallito da parte del Papa di preservare i Templari dalle macchinazioni del re di Francia, Filippo IV, stabilendo che l'ordine non fosse eretico e fosse capace di riformarsi sotto l'egida della Chiesa. Le colpe dell'ordine consistevano soltanto in fenomeni di grave malcostume, che però non era un fatto grave e insanabile come l'eresia per la quale i Templari erano stati trascinati in un processo. Tuttavia, quando divenne evidente che Filippo IV era determinato a sterminare l'ordine (ed a confiscarne i considerevoli beni e le proprietà all'interno del regno) il Papa abbandonò i templari al loro destino. 
Al di fuori della Francia la dissoluzione dell'ordine fu conseguita con molto meno spargimento di sangue, ed i membri superstiti dell'ordine furono assorbiti da altre istituzioni religiose.
                             Ricerca e Sintesi di Giancarlo Bertollini


Bibliografia: 

° Da Ricerche sul WEB 
°    Tratto da Wikipedia-B. Frale
° TRECCANI - Enciclopedia Italiana 
° Da Lavori del Fr. Giancarlo Bertollini


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giovedì 12 maggio 2022

Mitra, la divinità nata da Petra

Mitra (o Mithra, secondo l’etimologia persiana) fu un’antica divinità indoiranica della luce. 
Tale definizione, tuttavia, andrebbe precisata ricordando le interpretazioni e le epoche. 
Taluni studiosi vedono in questo dio una parte della triade Ahura-Mazdah, Anahita e Mitra: il primo è creatore, la seconda è la signora della natura che fa crescere e alimenta, il terzo andrebbe appunto inteso come colui che distrugge per dar vita a un nuovo ciclo. Ipparco di Nicea, che nel II secolo prima della nostra era compilò il più accurato catalogo stellare dell’antichità, invece, lo collega alla “processione degli equinozi”: Mitra, in tal caso, è il dio che causa il fenomeno. Altri contesti evidenziano come affrontasse il Sole e riuscisse a sconfiggerlo; in altri ancora emerge il racconto del mito che ispirerà il culto. Mitra diventa un dio nato da una pietra, «Petra genitrix» o «Petra virginis», attorno alla quale era attorcigliato il serpente Ouroboros; da qui si muove la tradizione che lo credeva nato da una vergine. 
Il suo destino? Salvare il mondo. Il dio Sole, utilizzando un corvo, gli avrebbe ordinato di uccidere un Toro, emblema della pienezza vitale. Con l’aiuto di un cane costringe la possente bestia in una caverna, o grotta; e qui la intrappola. Ne solleva la testa prendendola per le narici, gli ficca coltello nel fianco, la finisce. Il morente, però, perdendo la vita genera dal suo corpo le piante necessarie per l’uomo: il grano dal midollo, la vite dal sangue. Due animali sostengono Mitra nella sua azione che realizza l’ordine divino: uno scorpione, che colpisce il toro ai testicoli, e un serpente, che lo aiuta con il suo fatale morso. In un’altra versione essi sarebbero inviati dal dio del male, Ahriman, allo scopo di contrastare la generazione della natura. Alla fine Mitra e il Sole ritrovano la pace: per questo celebrano un banchetto con le carni dell’ucciso. L’iconografia classica sovente raffigurava il dio nelle sembianze di un giovane con il berretto frigio, nell’atto di uccidere il Toro («tauroctonia»); ai suoi piedi appaiono il più delle volte gli animali che l’hanno aiutato. Il filosofo Porfirio, allievo di Plotino, morto a Roma nel 305 della nostra era, considerava la caverna in cui si consumò la tauroctonia immagine del cosmo. Senza evocare altre interpretazioni astronomiche del mito o ulteriori contaminazioni, diremo che il culto si diffuse a Roma già al tempo di Nerone, che fu iniziato ai misteri di Mitra, come lo sarà Giuliano tre secoli più tardi. 
Gordiano III, nella prima metà del III secolo, durante la campagna contro i persiani fece coniare monete con l’effige del dio: era il tempo nel quale i culti di Helios e di Mitra tendevano a fondersi e Aureliano, la cui madre era sacerdotessa del Sole, gli edificò un nuovo tempio creando un corpo di sacerdoti, i pontifices solis invicti. Già, il Sole Invitto: lo stesso Costantino vi prestò fede. Aggiungiamo soltanto che i devoti di Mitra praticavano qualcosa di simile ai sette sacramenti, conoscevano una specie di comunione con pane e acqua, o anche con acqua e vino. Era celebrata per ricordare un’ultima cena con il Maestro.
Tutto questo non deve indurre a conclusioni affrettate e, leggendo una raccolta di saggi di uno dei massimi esperti mondiali dell’argomento, Robert Turcan, dal titolo Recherches Mithriaques, appena uscita presso Les Belles Lettres, ci si accorge quanto sia complesso, variegato e ancora da studiare questo culto, per noi tra i meno conosciuti dell’antichità. Turcan, emerito della Sorbona, aveva già dedicato un libro nel 1993 all’argomento: Mithra et le mithracisme, anch’esso pubblicato dalle Belles Lettres. Con queste Recherches egli raccoglie quarant’anni di indagini, domande, scoperte o, per dirla con le sue parole, «de questions et d’investigations». Ecco le note sulla liturgia di Mitra, o il saggio sulle Motivazioni dell’intolleranza cristiana e la fine del mitraismo nel IV secolo dopo Cristo (nato a un convegno a Budapest nel 1983); non manca l’individuazione di un catechismo di questo culto, né uno studio sulla gerarchia sacerdotale nei misteri dedicati al dio. Si ritrova un testo sulla soteriologia, ovvero dottrina della salvezza, del mitraismo. 
In tal caso, però, la ricerca porta a una comparazione con le concezioni neoplatoniche concernenti tali questioni. D’altra parte, le ultime parole di Plotino furono un invito a 
«far risalire il divino che è in voi al divino che è nell’universo».

Ma qui il discorso si fa mistico, oltre che infinito. È un’altra storia, direbbe Kipling. 
Magari un giorno riusciremo a raccontarla.

                             Sintesi di Giancarlo Bertollini


Bibliografia: 

° Da Ricerche sul WEB. 
°       Da un Lavoro di Armando Torno.
° TRECCANI - Enciclopedia Italiana.
° Da Lavori del Fr Giancarlo Bertollini. 


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mercoledì 11 maggio 2022

IL CUBITO: sempre pronto a rivedere le mie posizioni per arrivare ad una accettazione condivisa della misura da adottare uniformemente.

Qabbalah Ebraica - L’Albero della vita, mappa dei dieci livelli dell’essere.

La Qabbalah, che costituisce la tradizione segreta del misticismo giudaico, cominciò a diffondersi in forma scritta intorno al XII secolo, ma ha origini assai più antiche. A livello speculativo ha raggiunto vette altissime, comunicando vertiginose intuizioni metafisiche attraverso un simbolismo di grande fantastica potenza.

Fondamentale a questo riguardo è l’importanza del diagramma dell’Albero della Vita, che compendia gli stadi della manifestazione divina e tutte le possibili relazioni fra spirito e materia. L'Albero della Vita costituisce la sintesi dei più noti e importanti insegnamenti della Cabala ebraica. È un diagramma, astratto e simbolico, costituito da dieci entità (più una DAAT), chiamate Sefirot, disposte lungo tre pilastri verticali paralleli: tre a sinistra, tre a destra e quattro (più una) nel centro. Il pilastro centrale si estende al di sopra e al di sotto degli altri due.

Le Sefirot corrispondono ad importanti concetti metafisici, (come aspetti autentici della filosofiaa veri e propri attributi o emanazioni della Divinità. Da un punto di vista teologico tali Sefirot o 'Luci Increate' sono dunque considerate di sostanza increata, ma in qualità di emanazioni non sono vere e proprie ipostasi (come processione dell’emanazione divina) e dunque non possiedono la natura divina. Inoltre, esse, sono anche associate alle situazioni pratiche ed emotive attraversate da ogni individuo, nella vita quotidiana. Le Sefirot sono dieci principi basilari, riconoscibili nella molteplicità disordinata e complessa della vita umana, capaci di unificarla e darle senso e pienezza. Osservando la figura, si può notare che le dieci Sefirot sono collegate da ventidue canali, tre orizzontali, sette verticali e dodici diagonali. Ogni canale corrisponde ad una delle ventidue lettere dell'abjad ebraico (come alfabeto consonantico e numerologico).

I tre pilastri dell'Albero della Vita corrispondono alle tre vie che ogni essere umano ha davanti: l'Amore (destra), la Forza (sinistra), e la Compassione (centro). Solo la via mediana, chiamata anche "via regale", ha in sé la capacità di unificare gli opposti.

Senza il pilastro centrale, l'Albero della Vita diventa quello della conoscenza del bene e del male (quello biblico). I pilastri a destra e a sinistra rappresentano inoltre le due polarità basilari di tutta la realtà: il maschile a destra e il femminile a sinistra, dai quali sgorgano tutte le altre coppie d'opposti presenti nella creazione.

Come dice la Bibbia, la via che conduce all'Albero è guardata da una coppia di cherubini, due angeli armati di una spada fiammeggiante. Ciò però non significa che la via sia del tutto inaccessibile. Secondo la tradizione orale, i due Cherubini possiedono l'uno un volto maschile e l'altro un volto femminile. Essi rappresentano le due polarità fondamentali dell'esistenza, così come si esprimono sui piani più elevati della consapevolezza. Con il graduale ravvicinamento e riunificazione di tali principi, questi angeli cessano di essere i "Guardiani della soglia", il cui compito consiste nell'allontanare tutti coloro che non hanno il diritto di entrare, e diventano invece i pilastri che sostengono la porta che ci riconduce al Giardino dell'Eden.

Vale qui la pena di ricordare che i numeri (che ormai tutto il Mondo utilizza) sono nati ed utilizzati in India tra il 400 a.C. e il 400 d.C. per essere poi adottati e diffusi dagli Arabi, risulta pertanto erroneo chiamarli numeri Arabi e, volendo dare un riconoscimento alla diffusione, si ritiene corretto definirli “Numeri Indo-Arabi”. 
Ancora oggi i numeri Arabi orientali vengono chiamati “Numeri Indiani”.  

                                Giancarlo Bertollini
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SATOR: Due Parole sul Quadrato Magico !

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UOMO DIVINIZZATO O DIO UMANIZZATO ?

E’ una vera identificazione ?  Va ricordato che tutti i testi che si trovano nel quarto Vangelo, in Giovanni, nel Capitolo 13 
“chi ascolta voi ascolta me e chi ascolta me ascolta colui che mi ha mandato”, 
“chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”, 
“chi disprezza voi disprezza me e chi disprezza me disprezza colui che mi ha mandato”. 
Cioè è una corrente di identificazione !
Quindi, quando parliamo del mistero dell’incarnazione, non si tratta di dire che l’uomo è divinizzato, ma di una cosa che non abbiamo avuto il coraggio di dire: 
il cristianesimo crede in un Dio che ha rinunciato alla sua condizione divina e si è identificato con l’umanità. E l’ha fatto in modo tale che solo trovando l’umanità di ciascuno, di ognuno, e secondo il rapporto che abbiamo con l’umanità, con ciò che è umano, possiamo trovare Dio. Non c’è altro cammino, né altra possibilità. E pensate che il rapporto con l’umano non è una realtà specificamente religiosa, ma una realtà specificamente laica. Quindi lo specifico del cristianesimo  è il rapporto con Dio partendo dalla laicità, per mezzo della laicità e vivendo pienamente la nostra condizione laica. Perché? Perché soltanto la laicità è comune a tutti gli esseri umani. E questo dovrebbe essere chiaro. Perché se cominciamo dalla religione, allora, siccome la religione è sempre un fatto culturale, secondo la molteplicità di culture, c’è la molteplicità delle religioni e siccome le culture si identificano normalmente anche con la politica, la religione diventa un principio di frattura, di divisione, di confronto, di lotta e di violenza! 
E come è possibile trovare il divino in questa condizione? 
Quindi quello che ho voluto dire è che nell’umanizzazione noi troviamo quel Dio che noi non conosciamo ma che sappiamo essersi manifestato, nel cristianesimo, come umano. 
E adesso, ci troviamo in una situazione molto ambigua. Perché da una parte con Giovanni XXIII, fino al papa attuale, si parla in favore dei diritti umani, ma la chiesa non ha mai firmato i documenti dei diritti umani, e neppure li ha applicati nell’organizzazione e nel funzionamento della chiesa stessa. 
Il Sociale ha fatto un grandissimo progresso. Se oggi siamo avanzati nei rapporti, diritti umani, uguaglianza, diritti lavorativi, sociali, ecc. la radice e il fondamento credo sia una cultura che li ha favoriti, ma siamo ancora così lontani … E questo cosa vuol dire? 
A mio avviso, non è cambiare i politici, o il sistema politico, democratico, economico, ecc. ... 
Io penso che la cosa più importante sia cambiare il cuore delle persone. 
In quel momento, quando siamo più vicini alla morte e nel momento della morte, che è il momento della suprema debolezza, Dio è identificato con noi, non per le nostre credenze o per la nostra religiosità, ma per la nostra debolezza e per la nostra umanità. 

                             Giancarlo Bertollini 

Tratto e rielaborato dal Libro L’UMANIZZAZIONE DI DIO di Josè Maria CASTILLO


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lunedì 9 maggio 2022

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sabato 7 maggio 2022

Rassegna di Sabato 7 maggio 2022

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