venerdì 21 maggio 2010

L'Italia potrà spiccare il volo ?

Oggi alle 15.33
Dopo la manovra l'Italia potrà spiccare il volo. Lo confermano i dati già disponibili sulla ripresa economica, che dunque fotografano l'esistente.
A marzo gli ordini dell'industria hanno fatto registrare una crescita del 13,1 per cento su base annua, la più alta dal giugno 2007.
Il mercato immobiliare ha invertito la tendenza, sempre nel primo trimestre, ed è tornato a salire con un tasso tendenziale del 3,4 per cento, tasso ancora più elevato per gli appartamenti e le pertinenze (box e garage).
A marzo le esportazioni sono cresciute del 17,7 %, il tasso tendenziale annuo più alto dall'aprile 2008. Anche l'import, che segnala la vitalità del sistema produttivo e dei consumi, ha segnato un più 22,6 %. Ciò significa in apparenza che la bilancia commerciale è in passivo; in realtà la gran parte delle importazioni è data dal costo dell'energia. Senza questa passeremmo, sempre nei primi tre mesi 2010, da un rosso di 1,3 miliardi ad un avanzo di 5,2.
L'euro debole frutto della speculazione potrebbe costituire un'opportunità per la nostra economia. In teoria è così per l'intera Eurolandia ma va segnalato che l'Italia in particolare sta beneficiando delle esportazioni verso gli Usa ed i paesi emergenti che pagano in dollari. Lo scrive il Financial Times, mentre il Los Angeles Times segnala particolarmente "il buon lavoro fatto da Berlusconi".
Con queste premesse il Pil a fine anno potrebbe salire oltre all'1 % previsto dal governo, e la disoccupazione (che segue dinamiche diverse e sconta dopo gli effetti della crisi) iniziare a ridursi per poi riprendere nel 2011.
Ma soprattutto sono le scelte economiche interne a creare le premesse per un decollo. La manovra di cui si discute oscillerà tra i 25 ed i 30 miliardi: molto più lieve di quanto previsto non solo dai paesi a rischio come Spagna e Portogallo, o già in mezzo default come la Grecia, ma anche da Francia (manovra che punta a 100 miliardi) e dalla Germania.
Il motivo è semplice: in questi due anni il disavanzo dell'Italia è stato più contenuto rispetto a tutti i big europei, perché il nostro governo non ha impiegato soldi pubblici per entrare direttamente nel capitale di banche e industrie, ma li ha messi a disposizione come paracadute per il lavoro e gli ammortizzatori sociali. Dobbiamo dunque correggere un deficit del 5%, due punti sopra l'obiettivo Ue del 3%, molto meno di quanto debba fare la Francia.
La manovra, come garantito più volte da Silvio Berlusconi, non aumenterà le tasse e non inciderà sul potere d'acquisto della gente, non toccherà diritti acquisiti e non modificherà il nostro sistema di Welfare. Eliminerà invece in maniera strutturale alcune storture, come la dinamica delle retribuzioni che nel settore pubblico costa il doppio di quello privato, introdurrà equità tagliando alcuni costi della politica, e intensificherà la guerra all'evasione fiscale che ha già ottenuto ottimi risultati.
Come è stato detto, chi è onesto non avrà nulla di cui preoccuparsi. Ma soprattutto il clima di pace e coesione sociale è intatto, i sindacati sono consultati su ogni passo della manovra e larghi settori dell'opposizione più responsabile vorrebbero votarla.
Tutto ciò è molto importante soprattutto se paragonato a quanto sta accadendo in Francia e Germania, dove i governi sono in calo di consensi e devono rivolgere continui appelli all'opinione pubblica, come quello di Angela Merkel al Bundestag.
La sinistra ha ora trovato un nuovo bizzarro argomento: "Berlusconi metta la faccia accanto alla parola ‘sacrifici'". Ma se c'è qualcuno che la faccia ce l'ha sempre messa è proprio il capo del governo! Chi era stato a predicare prudenza già nel 2008, quando gli eredi dell'Unione vantavano il loro "tesoretto"? E chi si era presentato in Parlamento ed in tv ad invitare gli italiani ad avere fiducia nella tutela dei risparmi e nei nostri titoli pubblici? Chi in questi due anni si è adoperato con Russia, Francia e Usa per garantire sbocchi alla nostra economia e al nostro fabbisogno energetico? Forse Veltroni, Franceschini e Bersani? Via, siamo seri.

giovedì 20 maggio 2010

Ventidue anni fa ci lasciava Enzo Tortora.

Ventidue anni fa la morte di Enzo Tortora, vittima di una vicenda di “ordinaria ingiustizia”.
Un carteggio e un’intervista, per non dimenticare.
di Valter Vecellio

Ventidue anni fa ci lasciava Enzo Tortora. Nei non molti “ricordi” che in questi giorni accade di leggere, quasi si accenna di sfuggita al Tortora “civile” e politico: il liberale da sempre che nella sua abitazione milanese ospitava i divorzisti della Lega per l’Istituzione del Divorzio; la battaglia - che ebbe anche conseguenze personali pagate duramente con ostracismo ed emarginazione - contro la censura e per la libertà di antenna; e infine l’impegno per la giustizia giusta con i radicali di cui fu parlamentare e presidente. Il Tortora politico, evidentemente, dà ancora fastidio. E accade anche - è con una punta di amaro divertimento che lo si annota - molti oggi parlino di Tortora e della sua vicenda, spesso neppure sapendo di cosa parlano (o scrivono).
Dieci anni fa Marco Pannella ricordava: “Quando Enzo Tortora diceva: mi hanno fatto esplodere dentro una bomba, e l’ha detto anche pubblicamente, intendeva dire che il tumore che gli era scoppiato dentro era il frutto della lacerazione dello strazio di immagine, di informazione e di identità, del massacro di verità di ogni giorno da parte dell’ordine giudiziario e di quello giornalistico costantemente, ebbene lui ha detto una verità che oggi la scienza assolutamente convalida. Il giorno in cui, come sta accadendo in questo momento a noi, si tenta di straziare l’identità, l’immagine, si tenta il genocidio politico e culturale di un movimento o del diritto in Italia, ebbene: questi ormai non possono più dire di non sapere che la scienza assicura che Enzo aveva ragione: era assassinato”.
A Pannella chiedemmo se quel calvario era servito a qualcosa: “La parola definitiva non si potrà mai dire. Noi vincemmo con un referendum, che chiamammo referendum Tortora, quel referendum di civiltà per dare, conferire al magistrato il diritto alla sua responsabilità civile. A non essere al di sopra, e quindi al di sotto, delle leggi. Gli italiani allora ci dettero ragione; poi ci fu il tradimento del Governo, del Parlamento e dei partiti per i quali da allora non è più esistito un solo caso di responsabilità civile di magistrati in Italia acclarati, e puniti, sanzionati…”.
Parole, queste di Pannella, ripetiamo, di dieci anni fa. Se e cosa sia cambiato qualcosa, è risposta che ognuno si può dare.
Per opportuna memoria: Tortora venne arrestato il 16 giugno del 1983. Era al culmine della sua carriera televisiva. Contro di lui, accuse infamanti: affiliazione alla camorra, spaccio di cocaina. “Cinico mercante di morte”, lo definisce il Pubblico Ministero Diego Marmo. Il nome di Tortora viene fatto, per la prima volta, da Giovanni Pandico, sedicente braccio destro di Raffaele Tutolo, capo della Nuova Camorra Organizzata. Ascoltato ben diciotto volte dai magistrati, Panico solo al quinto interrogatorio si ricorda che Tortora è un camorrista. Poi è la volta di Pasquale Barra, detto ‘o nimale, che in carcere uccide Francis Turatello e ne mangia gli intestini. Con le loro dichiarazioni, Pandico e Barra danno la stura a una valanga di altre accuse da parte di altri quindici sedicenti pentiti, che, curiosamente, si ricordano di Tortora camorrista solo dopo che la notizia del suo arresto è stata diffusa da televisioni e giornali. Quello che pomposamente venne definito “il venerdì nero della camorra, si tradusse in 850 mandati di cattura, e presto si sgonfia: sono decine e decine le omonimie e gli errori di persona. Nel solo primo grado le persone assolte sono ben 104. Sulla tomba di Tortora c’è un’epigrafe, dettata da Leonardo Sciascia: “Che non sia un’illusione”.

Anni fa Silvia, una delle figlie di Tortora, ci rilasciò un’intervista che ancora oggi, a leggerla, raggela.

Quando suo padre è stato arrestato, era accusato solo da due camorristi, Giovanni Pandico e Pasquale Barra. Dichiarazioni risultate false. Cos’altro c’era?
“Nulla”.
Suo padre è mai stato pedinato, per accertare se davvero era uno spacciatore o un camorrista?
“No”.
Intercettazioni telefoniche?
“Nessuna”.
Si è mai verificato a chi appartenevano i numeri di telefono trovati su agende di camorristi, e che qualcuno diceva fossero di suo padre?
“No”.
Il Pubblico Ministero Diego Marmo ha definito suo padre “cinico mercante di morte”. Su che prove?
“Nessuna”.
Suo padre è stato accusato di essersi appropriato di fondi destinati ai terremotati dell’Irpinia. Su che prove?
“Nessuna”.
I cronisti giudiziari hanno rovesciato su suo padre una quantità di infamanti volgarità. Qualcuno le ha mai chiesto scusa?
“No, sto ancora aspettando”.
Qualcuno ha pagato per il martirio di suo padre?
“Nessuno”.
E i magistrati?
“Hanno fatto tutti carriera”.

Quello che segue è un carteggio con Tortora. Ci sembra utile, necessario, proporlo, in giorni in cui molti, tanti, mostrano di aver smarrito la memoria di quello che è stato.

Carcere di Bergamo, 16 settembre 1983
Da tempo vi volevo dire grazie…Avete “scommesso” su di me, subito: con una purezza, lasciatemi dire, e un entusiasmo civile che mi commossero immensamente. Vincerete, naturalmente, la vostra “puntata”. Ma a prezzo di mie sofferenze inutili e infinite. Vedete, io sono stato il primo a dire che il “caso Tortora è il caso Italia”. Non intendo avere trattamenti di favore, o fruire di scorciatoie non “onorevoli”. Intendetemi bene: so che il caso Negri è privilegiato – e dalla sinistra a mio giudizio (come il vostro, che trovo molto onesto) rispetto al mio ben più reclamizzato. Ignoro le idee di Negri (che non condivido in politica) – ma se dal mio male può venire un po’ di bene per la muta, dolente popolazione dei 40mila sepolti vivi nei lager della democrazia, e va bene, mi consolerà questo. Non certo l’albagia schiffinosa e fascista di quattro intellettuali di merda. Grazie…A lei, ai suoi compagni rivoltati dalla demenzialità delle infamie che mi si rovesciano addosso, un abbraccio vero, caro. Come lo si sente necessari in certi momenti fondamentali del vivere. Questo lo è. Credetemi, con tanta riconoscenza.

Milano 2 maggio 1984
…leggo su “Il Giorno” il vostro “terribile” pezzo. Dico “terribile” perché, in un paese civile, la constatazione – amara – che la Repubblica è ormai fondata sulla delazione (e lo è), dovrebbe procurare almeno quella che viene definita “salutare” reazione. Qui no.Qui, dopo qualche nobile grido d’allarme tutto scivola nell’oblio, nell’indifferenza, nella quotidiana commedia. Sono finito alla conclusione che all’Italiano non è cara la libertà. Non la conosce. Non la stima. Non la apprezza. E non può dunque considerarla, come qualunque altro popolo dell’occidente, presidio e fondamento di ogni possibile democrazia.Qui si gargarizzano parole: non si agisce. L’indegno spettacolo che il mio “caso” svela (e vi ringrazio per aver ricordato che io non “personalizzo”, ma sono ben conscio di rappresentare solo uno dei tanti, troppi “casi” italiani) non alza neppure il tono, come s’usa dire, del “dibattito”. Non si esce, e non si sa uscire dal basso folklore giornalistico, del pressappochismo informativo, da diffuso terrore (e questo è già sintomo di morte) che la Magistratura, questa ultima casta di intoccabili alla rovescia, venga “offesa”, “denigrata”, “vilipesa” solo se sottoposta a una critica del suo operato, come è ovvio e doveroso in ogni matura democrazia. Ma qui siamo al furore islamico: abbandonata la Costituzione navighiamo, e ne siamo persino fieri, in pieno Corano. Vi chiedete giustamente che si aspetta. Anch’io. Ma volete una risposta: Niente. Non si aspetta niente. Si aspetta semplicemente di poter dimenticare, con la complicità del tempo, e di poter rimuovere questo “imbarazzante” episodio, che rischia di turbare la laboriosa digestione del corpo politico tricolore. Votato al sonno, al letargo, all’oblio. Che si faccia strame della libertà di un uomo, della sua salute, della sua vita, come può esser sentito come offesa alla libertà, alla vita, alla salute di tutti in un Paese (e uso impropriamente la maiuscola) che non ha assolutamente il senso sacro, della propria dignità e delle libertà civili? Non è vero che l’Italia “ha abolito la pena di morte”. Abbiamo un boja in esercizio quotidiano, atroce, instancabile. Ma non vogliamo vederlo. La sua scure si abbatte, ogni minuto, sul corpo di uomini e di donne, e li squarta vivi, in “attesa” di un giudizio che non arriva mai. L’uomo qui è niente, ricordatevelo. L’uomo qui può, anzi deve attendere. L’uomo qui è una “pratica” che va “evasa” con i tempi, ignobili, della crudeltà nazionale. L’Italia, e ricordate anche questo, è ormai immersa nella cultura del disprezzo. Non si deve nemmeno più vivere. E quando una nazione ha smarrito questo senso, ripeto, sacro, della libertà e dei diritti del cittadino, è segno che questa nazione è perduta, Temo per sempre. Quando questa mostruosa farsa sarà finita, e se sarò vivo dopo aver sopportato l’insopportabile, potrete adeguatamente definirmi, allora sì, “socialmente pericoloso”. Chiunque veda, come me, da questo delirante osservatorio, l’Italia com’è, non può che essere definito un “pericolo”. Pericolo mortale, lo ammetto, per le vuote, torve macchinette che lo rappresentano: pericolo continuo per le sue immonde strutture...

Milano 15 luglio 1985
…Vivo vomitando, divorato vivo. Non c’è solo la “stupidità” di Marmo, c’è ormai il terrore che qualcuno, finalmente, si accorga che io sono del tutto, lunarmente lontano dai fatti fiabeschi contestatimi, estraneo, immune, innocente. Da qui il terrore che si sveli, impietoso ma implacabile, l’atroce palcoscenico napoletano, con pentitifici, coi loro boja protervi, stolti e resi ormai pazzi dalla necessità, per salvare il nome e la faccia (e che faccia!) di crocefiggermi ad ogni costo.
In questa gara, tra chi pianta più in fretta i chiodi, come al luna park dell’obbrobrio giudiziario, e i pochi che si ribellano (io sono un irriducibile!!!) sta tutta la mostruosa partita. E’ comunque un inenarrabile tormento. Oltre che fisico, intellettuale. Perché a vedere a che lurido livello s’è ridotta la dignità di questo Paese è cosa che mi annienta più d’ogni altra. So che siete coi pochi. Da sempre. Ve ne ringrazio, fraternamente.

Milano 7 ottobre 1985
…Trovo molto giusto quello che un vignettista ha detto: sono stato condannato e processato dalla N.G.O., Nuova Giustizia Organizzata. Io spero che questa fogna, che ormai nessun tombino può contenere, trabocchi e travolga chi lo merita…

Milano 20 febbraio 1986
…Potremmo, in questo sventurato Paese, impiantare un Lombrichifico Tricolore…Più campo e più mi rendo conto che di “caratteri” questo Paese è orfano – del tutto –. Macchiette, sì. Di macchiette pullula lo Stivale. Che ha, appunto la forma di Stivale per il molto semplice motivo che, come semplice scarpa, sarebbe già sommerso da una meritatissima merda…

Milano 2 aprile 1986
…Questo Paese è merda pura: viltà e infamia elevata a metodo, a sistema. A dimensione dell’anima…Diffamatori è poco: sapevano quel che facevano. Ma per pura voluttà scandalistica, per pura, stolida ferocia, qui si getta fango sino all’estremo. Sino all’ultimo! Non sono ancora appagati…Ho paura di questi cannibali. Ho soprattutto vergogna di essere italiano…

Milano 17 agosto 1987
…Siamo molti…ma troppo pochi per spezzare la crosta di ottusa indifferenza (comodissima per alcuni) che copre e fascia la rendita di alcuni farabutti mascherati da Magistrati. Tanto più importante e notevole il vostro impegno. Tenteremo, sul caso Melluso, quel che si potrà. Ho inviato al ministro Vassalli l’incredibile servizio, gli ho anche detto che i responsabili hanno nome e cognome: Felice Di Persia, Lucio Di Pietro, Giorgio Fontana, Achille Farina, Carlo Spirito…Sono ancora lì, al loro posto…Staremo a vedere. Per ora, con il mio grazie, ricevete una carissima stretta di mano.

lunedì 17 maggio 2010

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domenica 16 maggio 2010

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